Annunciata, in qualche modo attesa. Alla fine la decisione è stata presa: il Consiglio dei Ministri ha stabilito di rinviare il referendum sul taglio del numero dei parlamentari previsto per il prossimo 29 marzo. A darne notizia sono stati il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. Motivo del rinvio? Manco a dirlo: l’emergenza coronavirus. La stessa che ha indotto il premier a firmare, due giorni fa, il Dpcm con il quale è stato imposto lo stop alle attività didattiche di scuole e università fino al prossimo 15 marzo e lo svolgimento, tra le altre cose, delle partite di calcio della serie A a porte chiuse.

Insomma, la consultazione referendaria è stata trattata come qualsiasi altra manifestazione pubblica: rinviata per “precauzione”. Per la verità lo slittamento era prevedibile da giorni. Ed è diventato scontato dopo la chiusura degli istituti didattici e la cancellazione di qualsiasi altro evento pubblico a seguito dell’emergenza sanitaria e dell’aumento esponenziale del numero dei contagi da Covid-19. “Abbiamo deliberato di rinviare il referendum. Bisognava fare chiarezza. Non c’è ancora una nuova data, è un rinvio tecnicamente sine die” ha spiegato il primo inquilino di Palazzo Chigi. “Il governo ha ritenuto opportuno rivedere la decisione circa la data del referendum che era stata fissata prima dell’emergenza sanitaria allo scopo di assicurare a tutti i soggetti politici una campagna elettorale efficace e ai cittadini un’informazione adeguata” ha aggiunto D’Incà.

Le procedure referendarie in Italia e all’estero sono dunque finite in stand-by e saranno rinnovate solo quando sarà fissata una nuova data per la consultazione elettorale. “La legge – ha sottolineato il ministro – ci consente di fissare la nuova data entro il 23 marzo 2020, in una domenica compresa tra il 50esimo ed il 70esimo giorno successivo all’indizione”. In poche parole, il governo ha tempo fino al prossimo 23 marzo per fissare una nuova giornata elettorale. Si parla di maggio, quando la consultazione potrebbe essere accorpata alle elezioni regionali (previste, appunto, in primavera inoltrata). Ma potrebbe anche essere prima. In tal caso basterà un nuovo Dpr (decreto del Presidente della Repubblica) per il via libera. Se invece si dovesse scavallare la scadenza del 23, allora bisognerà ripartire “ex novo” con le procedure per la convocazione di una nuova data e i tempi potrebbero allungarsi a dismisura. In tutto questo, peraltro, si ferma anche la Camera dei deputati: l’aula di Montecitorio, nella prossime tre settimane, lavorerà solo mercoledì prossimo su “atti urgenti e indifferibili”.