Scienziati al lavoro, in Pennsylvania, Stati Uniti, e in Corea, in Cina, in Israele, e ad Oxford con la preziosa qualificata collaborazione di Roma. Ma la via giusta per aprire la porta del virus ritiene di averla scoperta un ricercatore livornese. “Trovata la porta, ora sappiamo come bloccarlo il Coronavirus“, la dichiarazione destinata ad alimentare nuove speranze arriva da Pisa. La città dove abita con moglie e figli Giacomo Rossi, cinquantadue anni, laureato in veterinaria, docente di Patologia alla Scuola di Bioscienze e medicina veterinaria all’università di Camerino, nelle Marche. Giacomo Rossi ha ideato una terapia con un vecchio farmaco, L-Asparaginasi. Depositato giovedì scorso a Washington, il brevetto ha acceso entusiasmi negli Stati Uniti e in Canada. La terapia è a base di tre farmaci esistenti, Asparaginasi, Clorochina, Eparina.

Il ricercatore livornese e il suo gruppo hanno affidato il lavoro allo scienziato e imprenditore italo-canadese Francesco Bellini, noto in Italia per essere stato presidente dell’Ascoli Calcio e nel mondo per aver fondato la Biochen Pharma. La società biofarmaceutica impegnata nella ricerca su malattie infettive e cancro. Nel 1996 Biochem Pharma ha lanciato l’Epivir, il farmaco antivirale tra i più venduti in assoluto per la cura dell’Aids. Membro attualmente del Montreal Heart Institute Foundation in Quebec, Francesco Bellini ha provveduto a brevettare e depositare a Washington l’idea di Giacomo Rossi. In Canada e negli Stati Uniti diversi ospedali hanno già prenotato il protocollo studiato dal team del professore livornese. E sono pronti a testarlo sui pazienti affetti da Covid-19. In cosa consiste, nello specifico, questa innovativa terapia basata su medicinali in commercio da anni?

Racconta Rossi: “Negli Stati Uniti c’è un approccio diverso rispetto a quello italiano ed europeo. L’uso di farmaci indicati fuori delle condizioni indicate nella scheda tecnica è molto diffuso. Penso che il trial, la prova clinica, possa partire in maniera rapida. E visto che siamo di fronte ad una psicologia acuta, si possono avere risultati nel giro di un mese?”. Addirittura trenta giorni, appena un mese, e l’antivirus sarebbe pronto? Punto di partenza della ricerca del professore Rossi e del suo team di lavoro lo studio del coronavirus del gatto. “Eliminando l’asparagina, il Covid non ha più alcun punto di contatto”. Il virus troverebbe di fatto la porta chiusa, una sorta di paratia ne impedirebbe l’aggressione. “Bisogna andare però con i piedi di piombo. La nostra è stata un’intuizione, ora siamo tenuti a vedere gli esiti dei trial clinici. Poi arriveremo alle conclusioni. Non pensiamo sia stata trovata la panacea”.

Ma allora stiamo parlando del nulla? No, è solo semplice giustificabile prudenza figlia della necessità di non correre troppo in avanti. “Sapendo come funzionano i tre farmaci alla base di questa terapia, ho la speranza e il supporto scientifico che essa funzioni”. Gli studi del professore Giacomo Rossi sono cominciati a fine febbraio. Il coronavirus del gatto, il FeCoV, è una patologia spesso letale. Proprio da lì, per fasi successive, il ricercatore è approdato a un protocollo di cura per gli umani. “Quando è venuta fuori la storia dei pipistrelli, c’è stata un immediata attenzione da parte del mondo veterinario”. Seguiti i lavori dei ricercatori cinesi, solerti perché “hanno fatto la cristollografia, valutata la struttura in 3d del recettore, e l’hanno messa in rete a disposizione degli studiosi”. Al professore livornese interessava capire in che cosa il virus “fosse così diverso da quello degli animali”. Effettuate ricerche sul modo in cui il Covid-19 si lega alle cellule dell’ospite.

“Mi sono accorto che ha caratteristiche molto particolari: siti detti di glicosilazione, aree in cui molecole di zucchero semplice si legano a una proteina ancorata sulla membrana cellullare”. Della scoperta del professore Giacomo Rossi si sono impadroniti giornali italiani (“Il Tirreno” per primo) e le televisioni nazionali e locali. “Ho notato che tutti i siti sono costantemente legati all’ultimo amminoacido della proteina di membrana, che è sempre l’Asparagina. Da qui l’idea di utilizzare un vecchio farmaco, previsto nel protocollo per i linfomi dei cani e nell’oncologia umana nella terapia della leucemia acuta dei bambini, la L-Asparaginasi. Un enzima che, attraverso l’eliminazione dell’Asparagina, taglia di fatto il legame del virus col suo specifico recettore cellulare”. Il Covid, a quel punto, non avrebbe più alcun punto di attacco. L’asparaginasi blocca “la sintesi proteica della cellula e dunque la riproduzione del virus”.

Rossi non ha Facebook e neppure Wathsapp. Le ricerche le ha inviate attraverso i canali ufficiali. Anche alla dottoressa Capua, che lui conosce molto bene. La svolta è stata possibile grazie all’interno di un medico di San Benedetto del Tronto, il dottor Piergallini, che lavora a stretto contatto con lo scienziato Francesco Bellini nel comitato di finanziatori di alcune importanti cliniche americane. La terapia studiata da Rossi prevede l’associazione di altri due farmaci. La già nota Clorochina, “che funziona bloccando l’ingresso del virus nella cellula tramite un altro meccanismo”, e l’Eparina che – spiega il ricercatore – “previene il danno acuto vascolare indotto dalla tempesta dell’infiammazione”. La terapia nella sua interezza copre “in maniera completa l’infezione e i suoi effetti sull’uomo”. Che dire? In bocca al lupo al professore Giacomo Rossi, anche e soprattutto tutti noi e del mondo. I veri eventuali beneficiari di una straordinaria scoperta. Tutta italiana.

Franco Esposito