L'ospedale San Paolo

La truffa dei tamponi. Tra Roma e Civitavecchia li facevano anche a domicilio. Ma gli operatori erano semplicemente gli sciacalli del Covid 19. Una truffa vera e propria, scoperta, certificata. Fatti a domicilio, i tamponi erano falsi. Ma no, direte, non è possibile, anche questo ci ha consegnato il coronavirus? Invece è successo: un’infermiera li rubava dall’ospedale, il complice effettuava il prelievo a pagamento.

Ma i pazienti ignoravano la magagna? Non sapevano: a loro venivano consegnati i referti con risultati finti, tutti negativi, ovvio. Le vittime della truffa sarebbero almeno una ventina. Lei, Simona L., infermiera dell’ospedale San Paolo di Civitavecchia, trentacinque anni, nata a Napoli; lui, Domenico D, cinquant’anni, nato a Giugliano in Campania, il suo convivente. Sono loro i due maneggioni autori del grande imbroglio. Per loro, l’ipotesi di reato è al momento il concorso in falsità materiale, sostituzione di persona, esercizio arbitrario della professione medica. Ma i capi d’imputazione potrebbero estendersi ad altri reati ipotizzabili: con il loro comportamento truffaldino potrebbero aver provocato la diffusione del contagio.

In parole povere, un sostanzioso aumento dei casi di Covid 19, quantificabile al momento in decine e decine di persone. Permane inoltre il sospetto che il caso abbia ramificazioni anche a Roma, con altri furti di tamponi. L’inchiesta si allarga nella Capitale. Il convivente dell’infermiera, a settembre, si spacciava per medico, eseguiva i tamponi ai lavoratori di una ditta di pulizia, la Rapida, a Roma. Incarico conferitogli dal titolare dell’impresa, ignaro del fatto che il personaggio non fosse realmente un dottore. Svolti gli esami, dopo qualche giorno, l’undici settembre, arrivano i risultati.

Tutti i dipendenti dell’impresa risultano negativi. Nessun problema? Al contrario: una delle lavoratrici della Rapida s’insospettisce, vuole vederci chiaro. L’ha colpita un particolare: nel foglio intestato dell’ospedale Spallanzani, oltre alle negatività, nella parte finale del documento appare una postilla. Dove, in realtà, non è esclusa la positività. Significa cosa? La signora si reca allo Spallanzani a chiedere lumi. Ma al centro infettivi le comunicano che con quel responso loro non c’entrano nulla. Mai fatto quell’esame.

Lo Spallanzani controlla e scopre che il referto è riconducibile alla Asl Roma4, a Civitavecchia. La signora va alla sede di via Terme di Traiano della città e anche qui le confermano che “quel foglio non è mai stato prodotto dalla Asl Roma4”. La stessa Asl, insospettita, si rende conto che c’è qualcosa che non quadra. Vengono allertati i carabinieri. E scatta l’indagine, coordinata dal pm Allegra Migliorini. Attraverso gli inquirenti, il magistrato ricostruisce l’intera sporca maleodorante vicenda. Ovvero, l’iter messo a punto dalla coppia. In compagnia del compagno finto medico, l’infermiera prelevava gli stick dal reparto ortopedia, dove tuttora lavora. Sono quelli utilizzati per effettuare i test sulle persone ricoverate. Provvedeva alla consegna del materiale al convivente che li utilizzava per il finto tampone a pagamento.

A quale prezzo? Chiaramente inferiore rispetto a quello standard di un centinaio di euro se eseguito presso laboratori privati. Il falso medico poi provvedeva a stilare i falsi referti, dopo averne prelevato uno vero dello Spallanzani, riproducendolo identico al computer. Lo compilava e faceva risultare il responso sempre negativo. Gli investigatori, adesso, stanno cercando di capire se tra le persone falsamente testate dal finto medico ci fosse in realtà qualcuna positiva al coronavirus. Un pasticcio biblico con possibili disastrose cause. Forte il rischio che una persona infettata abbia continuato a comportarsi come se fosse negativa, diffondendo di conseguenza il Covid-19.

Le persone che si sono sottoposte al tampone fasullo sarebbero più di trentacinque. Proprio questo emergerebbe dall’indagine. Il sistema posto in essere dalla coppia di truffatori sarebbe cominciato dallo scorso aprile. Quindi, non si esclude una più ampia diffusione di contagi ad opera, involontaria, di persone giudicate falsamente negative. I carabinieri della compagnia di Civitavecchia hanno effettuato la perquisizione domiciliare a casa della coppia. L’indagine viene portata avanti insieme con i Nas di Roma. Trovati nell’appartamento, proprio a due passi dall’ospedale San Paolo, gli stick dei tamponi e altro materiale medico, lacci emostatici, garze e medicinali di vario tipo. Il materiale è stato mostrato ai dirigenti Asl, che hanno confermato: quei tipi di dispositivi erano in dotazione alla struttura sanitaria civitavecchiese.

Nelle ultime quarantottore, i carabinieri hanno ascoltato almeno una cinquantina di persone tra Roma e Civitavecchia. Permane il sospetto che anche queste possano essere state sottoposte ai finti tamponi da parte dell’incosciente coppia di truffatori. Stupore tra i medici del San Paolo di Civitavecchia. “Quegli stick sono sempre super controllati”. E nessuno aveva avuto sospetti, le scatole sono tutte numerate. Il possesso è affidato in esclusiva al Pronto Soccorso e alla Farmacia dell’ospedale. La struttura messa interamente in crisi, fregata da una coppia che sembrava insospettabile.

di FRANCO ESPOSITO