Ibrahimovic (Depositphotos)

Capita che mentre i tremebondi anti-calcio – ispirati dal tremendismo dei virologi – chiedono la sospensione del "pericoloso" campionato, proprio da questo intermezzo giocoso di un’esistenza impaurita parta un messaggio positivo (nel senso buono…): il Milan e Ibrahimovic offrono una prova di vita durante l’incalzante ritorno del Covid. Il Milan è stato letteralmente ricostruito da Stefano Pioli durante il lockdown, senza lamenti per i contagiati finiti in quarantena, in silenzio, dando inizio a una mirabile sequenza di successi che hanno portato sabato alla clamorosa vittoria sull’Inter nel derby che ormai da tempo aveva perduto tracce rossonere. E con due gol di Ibrahimovic, un "nonno" del campionato (come Buffon) anche se preferisce l’immagine più sfiziosa di Benjamin Button.

Ibra ch’è risorto dal Covid, dalla quarantena, dalla paura (altrui) più bello e più forte che pria, alla Petrolini. Non è un miracolo, sia ben chiaro, anzi una mera rappresentazione di ciò che vuol dire curarsi e seguire una vita quotidiana corretta; una lezione – ammesso che l’intendano – per tutti quei tifosi che sabato sera, fuori San Siro, hanno esibito tutta la perniciosa stupidità che li nutre, pari a quella degli webeti che infuriano sui social. D’altra parte è giusto sapere che se il nostro calcio conta una ventina di "positivi" si tratta di un nonnulla rispetto al numero di tesserati impegnati nel gioco del pallone, in tutto 12.343 così suddivisi: 1284 in A, 569 in B, 1075 in C, più i relativi giovani delle tre serie (2355+2091+4967). E non parliamo dei dilettanti (347.294) e del settore giovanile e scolastico (675.513) che portano i praticanti calcio a oltre un milione.

Questi numeri sono indirizzati all’attenzione dei ministri Speranza e Spadafora perchè capiscano che si tratta di un’impresa produttiva di primo piano e non di un’attività dopolavoristica. Poi c’è il gioco che invece vorrei sempre trattar prima. C’è il Napoli che strabatte l’Atalanta e adesso ce l’ha con l’Asl napoletana che gli ha impedito di andare a Torino a battere la Juve, ipotesi non campata in aria se la Juve fosse stata quella di Crotone, frutto di velleità di rinnovamento e di improvvisazione. Da Pirlo m’aspettavo scelte più logiche, meno avventurose, e Stroppa ne ha approfittato (come avrebbe fatto, in ipotesi, Gattuso). A parte l’ottimo stato di salute (anche tecnica) del Milan, anche Conte ha commesso qualche errore per leggerezza, mandando in campo un’Inter che prende gol per gravi scompensi difensivi.

Lukaku è grande, non manca mai, il gol lo fa sempre e cerca anche di aiutare la squadra, alla grande quando c’è disponibile il contropiede; ma Romelu non è Zlatan, la cui personalità vale da sola a ipotizzare un Milan da scudetto, lo stesso Milan che Rangnick voleva senza Ibrahimovic. Al quale indirizzo un applauso e un incoraggiamento: uno dei più grandi calciatori d’Inghilterra, sir Stanley Matthews, ha giocato fino a quarant’anni in nazionale e fino a cinquanta in Premier, fra Blackpool e Stoke City (nell’intervallo di guerra, sei anni caporale della Royal Air Force). Coraggio, ragazzi…

ITALO CUCCI

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