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"Papà" dice Gesù inferocito al padre "non puoi fare così. Quest'anno il CoVid e poi così un pomeriggio, senza dire niente a nessuno, prendi e richiami a casa mio fratello; ma a questi laggiù ci pensi, ma come fanno, come è possibile vivere una vita senza Diego?". Maria interviene nervosissima: "tu fai sempre così, primi li mandi e dai gioia e poi li fai tornare, e dai dolore".

"Gesù", figlio mio, "ognuno ha il suo compito ed io il 30 ottobre del 1960 feci un bambino a mia immagine e somiglianza, come tutti i bambini; ma ad uno nato in una periferia di Lanos diedi un compito, diverso dal tuo, ma sempre un compito era. Non gli dissi come sta quella scritto su quella maglietta vai in terra e insegna loro il calcio; troppo semplice. Ma gli dissi Diego: vai laggiù e insegnagli la gioia attraverso il calcio. Lo feci povero, e lo feci basso, ma lo feci forte, lo feci coraggioso e lo riempì d'amore. Poi gli lanciai una palla e lui palleggiando con quella sta tornando da noi".

Gesù rispose: "Si papà ma proprio quest'anno, ma loro come faranno?". "Faranno come hanno fatto con te, figlio mio, da oltre 2000 anni; lo ricorderanno, lo ameranno e lo venereranno. Lui gli ha dato amore e loro gli daranno amore, Diego è amore, come lo sei stato tu. Come te Lui ha cambiato le vite delle persone, di tante persone; Vedi Gesù la possibilità che gente che ha sempre perso vincesse qualcosa prima di lui era uguale a quella cosa che raccontavi del ricco che doveva passare per la cruna di un ago. Ma Gesù lui li ha fatti vincere lo stesso, nonostante fosse impossibile. Ma non è vincere che conta, quello conta poco, anzi conta per quella gente là; per me conta come li ha fatti vincere. Li ha fatti ridere, li ha cambiati perché in quelle sue danze nel campo, nei suoi palleggi, nei suoi dribbling, nelle sue punizioni c'era la grazia, l'armonia, la gioia. Quelle cose gliele ho date io Gesù e lui ne ha fatto dono prezioso. E quella roba a lui l'ho data e mai più la darò".

"Gesù anzi ti confesso una cosa che non ho mai detto a nessuno. Una sera stavo vedendo una partita dove giocava lui, con la sua nazionale. Era una partita importante perché tra quei due Paesi c'era stata una guerra e aveva vinto il più potente. E Gesù tu lo sai che a me i prepotenti mi danno fastidio. Ebbene quella sera, figlio mio, mi sono levato uno sfizio. Era da una vita sana che sognavo di fare gol, miliardi di anni. E allora quella sera ho fatto uno scherzo a Diego: mentre stava saltando, sai che ho fatto? ho segnato io. Ma con tutti gli impegni che ho non ho mai imparato a giocare a calcio; e ho segnato con la mano, la mia mano, la mano di Dio. Quello poi Diego si era preso collera e poi per ripicca, come fanno i figli con i padri, nel secondo tempo ha preso la palla si è scartato tutti quanti e ha fatto gol. E poi mi ha pure sfottuto. Chiedi a mamma, cosa gli dissi, Marì quello Diego è proprio un padreterno".

A quel punto si introdusse uno con una maglia bianconera e disse "Padre ma Diego ha molto peccato". E il padre rispose: "Giuda chi non ha peccato scagli la prima pietra e per cortesia posa quella pietra che hai appena rubato che è di Pietro". "Gesù vieni con me", disse il padre prendendo il figlio per mano e portandolo verso un enorme stadio. Miliardi di persone stavano aspettando il sogno di una vita, vedere il pibe de oro. Gennarino Esposito si avvicinò commosso al padre e disse: "Dio, potevi tenere Diego laggiù un altro po', ma oggi per me è una giornata particolare. Sono venuto qui nel 1983 e sono quaranta anni che lo voglio abbracciare per ringraziarlo per la gioia che ha dato a noi e ai nostri figli e nipoti laggiù. Intanto dallo stadio gli angeli intonavano un solo coro, miliardi di persone non stonavano una nota: era un canto semplice, il canto più semplice che c'è, il nostro canto, due sole parole ripetute all'infinito: "Olè, Olè, Olè, Olè, Diego, Diego. Olè, Olè, Olè, Olè, Diego, Diego".

Poi un boato unì le anime del Paradiso; dal sottoscala dello stadio, esce Diego; ha la maglia numero 10, è spaesato, confuso, come tutti quelli che arrivano lassù. Il padre lo abbraccia e gli lancia il pallone. Diego lo guarda, lo prende, lo lancia in aria e poi inizia a palleggiare e poi ancora, e poi ancora e poi ancora e poi ancora. Diego è felice. Il padre piange, il figlio pure, Maria è serena, miliardi di persone lassù piangono vedendo il figlio del padre tornato ad essere quello che era, emblema di gioia e felicità, orgoglio e libertà. E da quaggiù? E noi tutto questo che sta lassù non lo vediamo e allora piangiamo, perché se ne è andato l'uomo che ha reso la nostra vita, semplicemente, migliore. Diego per noi è stata gioia. Forse lo possiamo immaginare lassù; sicuramente continueremo per sempre a ricordarlo, ad amarlo e a venerarlo. Diego non ha scritto la nostra storia, ha reso migliore la nostra vita. Ciao grandissimo ed unico campione.

Enzo Ghionni

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