Mes, maggioranza spaccata. Mercoledì voto in Parlamento

Maggioranza sull'orlo di una crisi di nervi. Nodo del contendere: il via libera alla riforma del Mes, così com'è stata partorita dall'Eurogruppo, con il Pd schierato per il sì, assieme a Italia Viva, e i 5 Stelle (con pezzi della sinistra), spaccati e pronti, in larga parte, a dire no, spalleggiati, in questo, da alcuni pezzi della sinistra (oltre che dall'opposizione di centrodestra). Insomma: il classico tutti contro tutti. L'attesa, adesso, si sposta tutta sul voto in Parlamento, programmato nella giornata di mercoledì 9. sorta di "d-day". O di "giorno del giudizio" se preferite. Voto che sarà preceduto dalle comunicazioni del premier. Qualora la riforma del "salva-stati" dovesse incassare una sonora bocciatura, come da più parti si paventa, il rischio che il banco salti è più forte che mai, al di là della professione di ottimismo avanzata da Giuseppe Conte. Certo, in caso di crisi di governo, il Belpaese non ci farebbe di sicuro una gran bella figura. Anche perché bisognerebbe andare a spiegare agli italiani perché si intende aprire una crisi in piena pandemia, per non dire di e Bruxelles a cui pure andrebbe detto cosa intende fare l'Italia nei prossimi anni, se vuole davvero i fondi del Recovery. In ogni caso le fibrillazioni, com'è logico attendersi in casi del genere, non mancano, in particolar modo tra i pentastellati dove Luigi Di Maio e Vito Crimi sono al lavoro, in queste ore, nel tentativo estremo di una difficile "mediazione". Votare sì alla riforma - è il loro mantra - non significa, automaticamente, attivare anche il prestito Ue. Dunque perché votare no a prescindere? Proprio per questo, nella riunione notturna dei gruppi parlamentari pentastellati, svoltasi ieri, il ministro degli Esteri ha sferzato i ribelli: "Non potete portare Conte al patibolo, serve responsabilità" ha sbottato l'ex vicepremier. Sulla stessa lunghezza d'onda l'attuale reggente grillino, Crimi. Parole, le loro, che tuttavia non hanno placato i malumori interni, nonostante le rassicurazioni che al fondo salva-stati nessuno vuole accedere. Insomma: i 5S sembrano intenzionati a non fare dietrofront. Ora, c'è anche chi non esclude che, mercoledì prossimo, sulla risoluzione di maggioranza possa esserci qualcuno, fra loro, che possa sfilarsi dal voto, pronunciandosi contro o non partecipando. Tanto alla Camera, quanto al Senato. Potrebbero essere dai 5 agli 8 deputati e dai 4 ai 6 senatori, secondo quanto ventilano alcuni, anche se allo stato non c'è ancora niente di deciso. Insomma: nulla ancora è scritto anche se tutto appare incredibilmente appeso a un filo. "È inevitabile chiedere a Conte un'iniziativa", ha spiegato il vicesegretario dem Andrea Orlando: "Abbiamo sostenuto tutte le indicazioni contenute nei 27 punti del programma e siamo stati leali. Adesso chiediamo la stessa lealtà agli altri, anche nei confronti di quegli italiani che con i tagli dei parlamentari e senza legge elettorale non saranno rappresentati". "Il Movimento farà una riflessione interna, ma un governo che non ha una maggioranza in politica estera deve fare riflettere. Quindi io rifletterei da qui al 9 dicembre" ha rincarato la dose il ministro degli Affari Europei, Vincenzo Amendola. "Mi auguro che ci sia un voto condiviso da tutta la maggioranza, mi sembra normale che l'Italia firmi l'accordo per la riforma del Mes, che non significa utilizzare quelle risorse. Senza maggioranza in politica estera il governo non va avanti? Credo che questo sia nella storia della democrazia italiana, un governo deve avere sempre una maggioranza coesa che lavora insieme" ha concluso. In soldoni: ci sono tutti gli ingredienti per far spalancare scenari tra i più diversi e vari: dalla crisi di governo al rimpasto (che tutti, almeno ufficialmente, negano di volere), per arrivare al voto anticipato. Dal canto suo, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha già fatto capire a chiare lettere che, in caso di crisi sulla riforma del Mes, non si metterebbe a cincischiare trascinando una crisi di governo infinita. Molto meglio il ricorso alle urne. La legge elettorale è applicabile e le elezioni potrebbero paradossalmente non essere la via più lunga per arrivare a un chiarimento della situazione.