di Stefano Baldolini

Poiché ogni responsabile oggi va illuminato, non resta che spostarci su chi alla “luce del sole” ha sempre operato. Sull’illuminatissimo Clemente Mastella. Uno a cui la parola “costruttore” si attaglia alla perfezione, diviene abito su misura, financo grisaglia istituzionale, soprattutto perde l’aura troppo quirinalizia per mutarsi in eterna solare commedia all’italiana.​

 

Responsabile, trasformista o costruttore, Clemente Mastella da Ceppaloni è uno di cui si sa tutto, ogni aspetto della vita privata e pubblica è alla luce del sole. Lungo la sua sempiterna carriera non è stato difficile carpire i segreti del suo successo, ci ha pensato lui a diffonderli urbi et orbi. Lui che i media se li incarta come con i giornali una volta si incartava il pesce. Da precursore di ogni Rocco Casalino è stato il capo ufficio stampa della Democrazia cristiana di Ciriaco De Mita. Il segretario faceva ragionamenti e lui li traduceva in notizie. Col filosofo di Nusco, odio-amore. Rivela nella sua recente autobiografia “Non sarò Clemente. Memorie dell’ultimo democristiano”: “Ero il portavoce, ma in tv doveva apparire solo lui. Durante le direzioni Dc, quando arrivavano le telecamere dovevo abbassarmi o nascondermi dietro le scrivanie per non farmi riprendere.”

 

Ma è proprio grazie a De Mita che il figlio di un maestro, laureato in Filosofia (“primo in una famiglia di analfabeti”), giornalista, sarebbe entrato in Rai senza regolare concorso. Lo scrivono Stella e Rizzo ne “La Casta”. Risultato: tre giorni di sciopero nella redazione locale contro il suo ingresso. Lui in seguito ha fatto il vago. “La storia del mio potere in Rai è stata una leggenda. Ciriaco ascoltava solo a Biagione Agnes”. Ma qui entriamo nella pratica dc e barocca della dissimulazione onesta di Torquato Accetto, autore amato dal presidente Cossiga, che nel 1998 inventò l’operazione Udr e portò Mastella dal centrodestra, di cui era stato ministro, al governo con D’Alema garantendo la prosecuzione della legislatura dopo la crisi del primo governo Prodi.

 

Fu allora che il nostro divenne il padre morale di tutti i responsabili. In un’epoca d’oro di rivendicata e teorizzata lottizzazione: “E che? Siamo figli di n.n.? – ringhiava a Denise Pardo sull’Espresso – In realtà chi è contro la lottizzazione vuole lottizzare solo per sé e non vuole che altri gli rompano le scatole”. Ragionamento – dal suo punto di vista – ineccepibile e che il buon Clemente lega a una pratica della politica molto spicciola - “la clientela come bisogno, come necessità” - ma anche a teorie un po’ raffazzonate ma rivelatorie.

 

Come quando – febbraio scorso, pochi ricordano ma, prima dell’emergenza pandemia, di responsabili si iniziò a parlare perché Renzi stava già ‘strappando’ sulla prescrizione di Bonafede – Mastella delinea una sorta di ‘etica dello stabilizzatore’ e a La Stampa tiene a precisare: “Se fossero ‘responsabili’ tipo Verdini sarebbe una cosa senza capo né coda, senza sale. Viceversa, oggi c’è uno spazio in un’area centrale e se uno fa un gruppo lo deve collegare a una traiettoria politica. Lo spazio c’è. Ma se serve solo per non andare al voto...”. E’ alla luce di cotanta capacità di analisi che quel “Siamo responsabili ma non fessi” di oggi rischia di diventare la frase iconica della crisi del Conte 2.

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