C’è un pezzo di storia italiana nascosto non lontano da Manhattan. Poco conosciuto, poco pubblicizzato, ma è una piccola gemma incastonata in un angolo di New York dove l’italianità si continua a respirare ancora oggi. È Staten Island, uno dei cinque quartieri, boroughs, di New York City. Il più a sud, mezzo milione di abitanti. Se la Big Apple è ancora oggi, nonostante tutto, meta dei desideri, Staten Island è il piccolo figlio ribelle: da sempre lì si sentono trascurati, messi da parte da quelli della ‘grande città’.

Un borough italiano, come e forse ancora più di Brooklyn, ma a differenza dei più celebri vicini di casa ha qualcosa di unico che nemmeno in Italia possono dire di avere. È il ‘Garibaldi Meucci Museum‘, un gioiello in una zona tranquilla, su Tompkins Avenue nella zona di Clifton. Se quel museo, quei pezzi di storia si trovassero da qualche altra parte forse, anzi quasi sicuramente, avrebbero avuto nel corso degli anni un riconoscimento maggiore. Invece no, forse perchè è Staten Island, ma forse anche è meglio così. In questo modo si può raccontare una vicenda poco nota, ma che ha come protagonisti due personaggi di assoluto rilievo nella storia d’Italia: Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi e Antonio Meucci, l’inventore del telefono. Che cosa hanno avuto in comune al punto che oggi c’è un museo che li ricorda assieme, uno accanto all’altro? Meucci e Garibaldi nel 1850 in questa parte degli Stati Uniti abitarono nella stessa casa dove oggi c’è il loro museo.

Antonio Meucci a Staten Island ci arrivò dopo essere passato da Cuba. La casa, tipica della zona, aveva quattro camere da letto simmetriche, al piano terra e nel seminterrato aveva costruito un piccolo laboratorio, per i suoi studi. Lì inventò il primo dispositivo, simile a un telefono, per collegare il luogo dove lavorava con una delle stanze nella quale la moglie Esther era costretta a rimanere a causa di una artrite reumatoide. Meucci nella sua vita non ebbe grande fortuna: non riuscì a brevettare la sua invenzione perchè di denaro non ne aveva e il suo inglese era come le sue tasche: povero. Poi ancora discriminazioni in tribunale, insomma di tutto mentre lo stato di salute di Esther peggiorava.

Poi a casa di un amico l’incontro con Giuseppe Garibaldi: lo convinse ad affittare una delle stanze della sua dimora. L’eroe dei due mondi aveva 43 anni, ed era arrivato a New York dopo la morte dell’amatissima Anita. Una amicizia nata così e oggi al primo piano del museo di proprietà e gestito dal Order Sons and Daughters of Italy in America, ci sono tanti oggetti, tutti autentici, tra cui un pianoforte che Meucci aveva costruito con le sue mani. Poi mappe e anche la testimonianza che Garibaldi era il Grand Maestro dei Massoni in Italia. Poi specchi, la sedia di Garibaldi, anche una camicia rossa e altri oggetti che gli appartennero, tra quali il cappello, bellissimo, e un bastone. La particolarità di questo museo sta anche nel fatto che a un certo punto tutto quanto era nella casa di Meucci fu venduto, poi però diligentemente ricercato e acquistato nuovamente. Dopo aver visto passare da quelle stanze tanti ospiti, tra i quali anche la nipote di Garibaldi, oggi il museo nonostante la pandemia, sta pensando al futuro.

C’è un nuovo dipinto che raffigura Meucci e Garibaldi, mentre il personale sta riorganizzando lo spazio espositivo, si stanno riguardando documenti e immagini precedentemente archiviate, ma in programma, la prossima estate, c’è anche l’installazione di una nuova scultura, opera dell’artista veneziano Giorgio Bortoli per enfatizzare l’amicizia con la città di Venezia evidenziandone i legami sociali, culturali ed economici. Ma soprattutto per ribadire l’essenza del Museo Garibaldi Meucci: uno spazio, sulla scena mondiale, dedicato alla storia del Risorgimento proprio a Staten Island che con il 55% dei residenti che afferma di avere le proprie radici in Italia, la percentuale più alta di italo-americani in tutti gli States. E dire che nel 1850 di italiani lì, oltre a Meucci e Garibaldi, ce n’erano davvero pochi.

di SANDRA ECHENIQUE