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Furono forse sentenze politiche quelle che, nel 1302, condannarono all'esilio Dante Alighieri? Si fece per caso un uso strumentale della giustizia per eliminare un avversario politico? La questione, a quanto pare, attraversa i secoli e il caso di Dante ora, a 700 anni dalla sua morte, viene riaperto da un giurista, l'avvocato Alessandro Traversi, penalista del Foro di Firenze, promotore di un convegno in programma il prossimo 21 maggio all'Educandato della Ss. Annunziata al Poggio Imperiale.
Nella sua relazione, Traversi, che insegna anche Diritto processuale penale nella Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell'Università di Firenze, presenterà una serie di elementi per valutare la possibilità di una revisione del processo a Dante. Il giurista offre all'Agi alcune anticipazioni: "Dico idealmente che forse si potrebbe utilizzare l'istituto della revisione per arrivare a dire che queste sentenze si possano annullare. Codice penale alla mano, sappiamo che, là dove si riscontri che sono violati alcuni principi giuridici fondamentali la sentenza è da rivedere. Gli artt. 629, 630 e 632 del codice di procedura penale stabiliscono che è suscettibile di revisione qualsiasi sentenza passata in giudicato qualora emergano nuove prove che dimostrano che il condannato deve essere prosciolto e che la relativa richiesta può essere proposta (senza limiti di tempo) anche da un erede del condannato stesso".
"Dalla lettura dei capi di imputazione – spiega Traversi – vediamo che alcuni sono specifici e altri di una genericità enorme. Il podestà dell'epoca, Cante de' Gabrielli di Gubbio, formulò accuse particolarmente gravi nei confronti di Dante. Tra questi c'era quella di baratteria che oggi rientrerebbe tra i reati comuni, alla stregua di corruzione, peculato, appropriazione indebita, reati insomma contro la pubblica amministrazione. E poi vi sono accuse di natura politica, aver cioè favorito i guelfi bianchi in danno dei guelfi neri che a quel tempo governavano Firenze".
"Da qui – afferma il giurista – il sospetto che queste accuse e imputazioni nei confronti di Dante fossero strumentali, usate cioè per eliminarlo". Quasi a confermare l''accusa' contro il podestà c'è anche la regola, vigente all'epoca, in base alla quale se l'imputato, chiamato a rispondere in sede penale, non si fosse presentato, questa scelta equivaleva a una ammissione di responsabilità. Secondo il professor Traversi, "Dante capì la mala parata e decise di non comparire. Ne seguì una prima sentenza di condanna a pena pecuniaria di 5000 fiorini, oggi – spiega il professore – paragonabili a una somma importante tra i 50 e il 100mila euro, da corrispondere entro tre giorni.
Per gli Statuti Fiorentini dell'epoca, in caso di mancato pagamento, il giudice poteva a suo arbitrio adottare una pena più grave, di carattere personale, e da qui l'esilio". "Alla luce di tutto questo ci domandiamo quindi – commenta Traversi - se quelle sentenze siano legittime, se il processo sia stato fatto secondo le dovute regole e se, sulla base delle leggi di allora e di oggi, queste sentenze, esistendo oggi l'istituto della revisione, possano essere sottoposte a revisione".
Le sentenze di condanna a Dante, contenute nel Libro del Chiodo conservato nell'Archivio di Stato di Firenze, non sono mai state revocate né annullate. "In sostanza – spiega e ironizza l'avvocato Traversi – Dante per il Comune di Firenze sarebbe ancora oggi un pregiudicato. I dantisti dicono che Dante non ha bisogno di essere riabilitato, perché è stato un grande, ma sotto il profilo giuridico il caso è molto interessante. È una questione di diritto naturale e di principi universali che valgono non solo oggi". La eventuale revisione del processo a Dante potrebbe quindi essere richiesta dalla Procura Generale o da un erede. Da qui l'idea dell'avvocato Traversi di affrontare la questione in un convegno con giuristi e non solo.
"Se non sarà in presenza, per motivi di emergenza sanitaria, lo terremo online. Per il momento è tutto confermato – spiega -. Il convegno si intitola "700 anni dopo: 'revisione' del processo a Dante" ed è patrocinato dal Comune di Firenze, dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, dalla Fondazione Avvocati di Firenze, e organizzato da Aiga e Centro Fiorentino Studi Giuridici". Tra i relatori si segnalano "partecipazioni prestigiose – spiega Traversi -, come Margherita Cassano, presidente aggiunto della Corte di Cassazione, o il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca". "Ma la cosa più singolare – racconta l'organizzatore – è che siamo riusciti a rintracciare un erede di Dante Alighieri e un erede di Cante de' Gabrielli da Gubbio, podestà di Firenze nel 1302, colui che emise le famose sentenze di condanna di Dante". Insomma, fu vera giustizia? Ai posteri l'ardua sentenza.