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C'era una volta la formula "un Paese, due Sistemi", uno slogan che avrebbe dovuto garantire a Hong Kong quell'alto grado di autonomia da Pechino e, di rimando, quelle sue magnifiche unicità e sostanziale "separatezza" che l'hanno contraddistinta dopo il 1997. Da oggi la Cina ha scritto la parola fine a questa formula, sostituendo uno slogan con un altro: da "un Paese, due Sistemi" a "solo i Patrioti governano Hong Kong".

Malgrado l'opposizione interna – del resto ormai virtualmente azzerata a suon di raffiche di arresti, espulsioni e deportazioni massicce – che nell'estate del 2019 aveva dato vita a manifestazioni oceaniche pro-democrazia, e incurante delle proteste internazionali, nella riunione finale del Congresso Nazionale del Popolo (NPS) a Pechino, i delegati del Partito Comunista Cinese hanno approvato all'unanimità - tranne un'astensione – le nuove leggi che assicurano che solo quelli che Pechino ritiene "patrioti" – cioè la cui fedeltà ai dettami del Partito sia provata e garantita - possano d'ora in avanti governare Hong Kong, con una mossa che segna la fine della restante autonomia della città.

Con un voto formale, seguito da un lungo e rumoroso applauso, i quasi 3.000 delegati dell'NPC hanno approvato la decisione di emendare la mini-costituzione di Hong Kong, la legge fondamentale e il sistema elettorale, per garantire che le persone contrarie al partito comunista cinese e al suo governo su Hong Kong non siano più idonee a sedere nel parlamento della città. La fase finale dell'incontro politico annuale più importante in Cina, conosciuto col nome di "Due Sessioni", ha anche approvato il 14 ° piano quinquennale, inteso a rafforzare ed espandere l'industria e il mercato tecnologico cinese e a raggiungere nuovi obiettivi per il PIL e la popolazione, tra l'incertezza economica e il calo dei tassi di natalità che hanno caratterizzato la Cina degli ultimi tempi.

Immediata la reazione della Gran Bretagna, che con la Cina aveva firmato a suo tempo quegli accordi che avrebbero dovuto tutelare a Hong Kong i sistemi economici, democratici e giudiziari occidentali di eredità britannica, oltre a tutte le libertà e i diritti umani fondamentali. Dal punto di vista di Londra, infatti, Pechino ha platealmente disatteso gli impegni firmati all'interno di accordi che sarebbero invece giuridicamente vincolanti, secondo i principi del Diritto Internazionale tra gli Stati. Il ministro degli esteri britannico, Dominic Raab, ha criticato senza mezzi termini la mossa odierna dei delegati dell'NPC: "Questo è l'ultimo passo di Pechino per svuotare lo spazio per il dibattito democratico a Hong Kong, contrariamente alle promesse fatte dalla stessa Cina ", ha detto questa mattina. "Ciò può solo minare ulteriormente la fiducia verso la Cina e la convinzione che possa ancora essere all'altezza delle sue responsabilità e dei suoi obblighi legali come membro di spicco della comunità internazionale".

Mentre dal canto suo, il segretario di stato americano, Antony Blinken, aveva detto ieri al Congresso che l'amministrazione Biden avrebbe "dato seguito alle sanzioni ... contro i responsabili di atti repressivi a Hong Kong". La condanna internazionale nei confronti di questa nuova mossa liberticida di Pechino si prevede dunque unanime, ma fino ad oggi, tutte le proteste e le reazioni alla repressione ad Hong Kong hanno sortito scarsi effetti.

Gli emendamenti alla legge elettorale di Hong Kong approvati oggi saranno tali da stravolgere completamente le istituzioni attuali della Città. Il Consiglio Legislativo potrà avere fino a 90 legislatori, rispetto ai 70 attuali, e il Comitato Elettorale che seleziona il governatore aumenterà di 300 elettori – ovviamente scelti da Pechino - per raggiungere così i 1.500 membri. I 300 nuovi elettori che verranno aggiunti al comitato elettorale comprenderanno i rappresentanti della città alla Conferenza consultiva politica del popolo cinese (CPPCC) e i delegati dell'NPC più pro-Pechino dell'élite politica di Hong Kong. Tutti entreranno automaticamente, garantendo al Partito la maggioranza in qualsiasi decisione e il controllo assoluto, soprattutto azzerando il "rischio" che potesse venire eletto alla carica di governatore della città un nome sgradito a Pechino.

Tra i punti salienti della nuova legge elettorale per Hong Kong approvata oggi, uno dei più significativi è quello che prevede l'eliminazione dal comitato elettorale degli attuali 117 seggi che spettavano ai consiglieri distrettuali eletti nelle elezioni "comunali", nei vari distretti della città. Pechino aveva precedentemente espresso "forte insoddisfazione" sull'argomento, perché nell'ultima tornata elettorale, il 99% di questi seggi erano detenuti da attivisti dell'opposizione che avevano preso parte alle Proteste oceaniche del 2019, elementi ritenuti "anti-governativi e anti-cinesi intenzionati a minacciare la sicurezza nazionale". Con la nuova legge, il problema verrà risolto per sempre, cancellando con un tratto di penna l'unica forma di rappresentanza democratica "dal basso", proveniente dai territori.

È prevista anche l'istituzione di una commissione incaricata di "esaminare e confermare le qualifiche patriottiche" dei comitati e dei candidati politici, per verificare che siano in linea con la recente – contestatissima a Hong Kong - legge sulla "sicurezza nazionale" che ha dato il via alla svolta repressiva nell'ex colonia britannica. La commissione avrà anche il potere di escludere senza appello dalla competizione elettorale a Hong Kong i membri giudicati poco affidabili: soprattutto sul fonte della fedeltà al Partito, ovviamente.

In un suo recente discorso pubblico, Xia Baolong, direttore dell'Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao e massimo rappresentante del Partito a Hong Kong, aveva cercato di chiarire la definizione di "patrioti", definendo tali quelle persone che "hanno sinceramente salvaguardato la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo; rispettato il sistema fondamentale del paese e l'ordine costituzionale della città; e hanno fatto tutto il possibile per mantenere la sua prosperità e stabilità". Dichiarazioni in verità molto vaghe, che si prestano a molto opportune interpretazioni da parte del governo di Pechino, a seconda della bisogna e per questo bollate dai critici come funzionali a cancellare definitivamente l'opposizione e mettere a tacere le voci democratiche in città.
"Nella riunione odierna i delegati hanno preso la decisione di approvare il nuovo sistema elettorale di Hong Kong, con l'approvazione di tutti i deputati, compresi quelli di Hong Kong", ha detto il presidente del comitato permanente dell'NPC, Li Zhanshu.

Anche il governo locale di Hong Kong ha accolto con favore la decisione di Pechino. La governatrice Carrie Lam, che venne aspramente contestata durante le manifestazioni di protesta del 2019, ha detto che la decisione è stata "tempestiva, necessaria, legale e costituzionale" e che la leadership e il potere decisionale di Pechino erano "fuori questione".

Un editoriale dell'Agenzia di Stampa governativa cinese, Xinhua, dopo avere elogiato la decisione odierna, osservando anche che "in un certo senso Pechino non aveva scelta" ha commentato la situazione con parole di fuoco. "Forze destabilizzanti anticinesi e localisti radicali a Hong Kong hanno manipolato il sistema elettorale per entrare nella struttura di governo ... spinto per il loro programma secessionista, sfidato ripetutamente l'autorità del governo centrale", si legge nell'articolo, dove si aggiunge anche che "l'intervento straniero sconsiderato" a Hong Kong è stato il principale responsabile delle svolta odierna. "Le forze ostili all'estero hanno intensificato i loro impegno per alimentare le "rivoluzioni colorate "nella città cinese, cercando di trasformarla in un avamposto da cui contrastare lo sviluppo della Cina", continua l'editoriale. "Nessun governo centrale tollererebbe un simile caos o ignorerebbe i disgregatori esterni che operano liberamente sul suo suolo".

Molti pensano che la lotta ideologica tra Pechino e l'Occidente finirà per bloccare e forse distruggere Hong Kong, e dopo le novità odierne, il timore aumenta. Sicuramente lo scontro in atto la sta condannando al declino. Ormai la città non viene più vista da nessuno dei due contendenti come un modello a cui ispirarsi, ma come un ammonimento reciproco: sui pericoli della democrazia - per Pechino e i suoi alleati; su quelli dell'autoritarismo - per l'occidente democratico e i movimenti che hanno animato le proteste. Hong Kong – terra di confine e limite tra due mondi che continuano a sfiorarsi ma restano distanti – procede più che mai a vista, verso un futuro incerto.

di Marco Lupis