Mario Draghi (foto Depositphotos)

La politica italiana già discute del “dopo Draghi”. Sembra incredibile, ma è proprio così. Ho sentito persino questa possibilità o scenario, come pure amano definirlo: il presidente del Consiglio, Mario Draghi, dura tutta la legislatura e governa fino al 2023; il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, viene rieletto capo dello Stato all’inizio del 2022 in modo da indire le elezioni generali all’inizio del 2023; insediate le nuove Camere, Mattarella si dimette e Draghi ne prende il posto al Quirinale perché, vinca il centrodestra oppure il centrosinistra, ambedue vorranno liberarsene per formare il loro governo.

L’altra possibilità o scenario vede Draghi eletto presidente della Repubblica già la prossima primavera. In tal caso sarebbe lui a nominare il successore o, presumibilmente, non trovandolo per mancanza di uno straccio di maggioranza, a sciogliere il Parlamento. Questi scenari, più il secondo che il primo, implicano che nel frattempo le Camere abbiano approvato la nuova legge elettorale, la cui “non-approvazione”, bisogna ricordarlo, garantisce deputati e senatori contro lo scioglimento anticipato e assicura la durata naturale della legislatura, specialmente appetita ora che i grillini con doppio mandato, e non solo, temono seriamente di doversi cercare un lavoro, in massima parte. O tra un anno, o tra due anni, Draghi ha una sola condizione da soddisfare per aspirare al Quirinale (supponendo che vi ambisca davvero): compiere la missione affidatagli, che consiste nello strozzare il virus e adottare i progetti da finanziare.

Una missione non impossibile, ma straordinaria sì. Nella prima ipotesi considerata, potrebbe farcela, se tutto andasse liscio. Nella seconda, occorre un miracolo. Comunque, qui prende corpo la minacciosa tirannia dello status quo, contro la quale misero in guardia Milton e Rose Friedman nel loro illuminante libro omonimo, pubblicato a cavallo tra primo e secondo mandato presidenziale di Ronald Reagan. Ogni nuovo governo “si conforma a una generalizzazione politica che si è ripetutamente dimostrata valida: una nuova Amministrazione dispone di un periodo di sei-nove mesi in cui realizzare i principali cambiamenti; se non coglie l’opportunità di agire incisivamente in quel periodo, non avrà più un’altra occasione del genere. Ulteriori cambiamenti giungono con lentezza o non giungono affatto, mentre si sviluppa il contrattacco sulle innovazioni iniziali”.

Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, sulla spinta imponente della Grande Depressione, fu attuato in una speciale sessione del Parlamento, che fu detta appunto dei “cento giorni”. Non diversamente andò con Margaret Thatcher, che nei suoi primi mesi di governo abolì il controllo dei cambi, ridusse l’aliquota massima dell’imposta sul reddito da 90 per cento a 60 per cento, frenò la crescita della moneta contro l’inflazione. Anche il governo di Francois Mitterand, sebbene in senso opposto come programma, conferma la “generalizzazione politica”, cioè la regolarità assimilabile ad una sorta di “legge”. Il presidente Draghi non è sottratto a tale legge.

Deve combattere immediatamente la “tirannia dei beneficiari”, la “tirannia dei politici”, la “tirannia della burocrazia”: “i tre angoli del triangolo di ferro” che presidiano il despota asserragliato nello status quo. La luna di miele non dura. Il tiranno ne concede poca e presto rivendica i suoi diritti.Il tiranno ne concede poca e presto rivendica i suoi diritti.

PIETRO DI MUCCIO DE QUATTRO

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