La protesta dei commercianti a Napoli (foto Francesco Molaro)

di Franco Esposito

Fantasia napoletana. Necessaria, indispensabile, perfino disperata. Finalizzata al combattimento contro le chiusure dei negozi in questi tempi di pandemia, mai troppo maledetti. Un tentativo bislacco per esorcizzare gli infiniti danni conseguenti all'esplosione del covid con le sue varianti internazionali?

Ma no: semplicemente il guizzo di fantasia per sollecitare il governo e la regia che si occupa della gestione pandemica ad ascoltare richieste, lamenti, invocazioni. Il grido estremo: "ascoltateci, aiutateci, non lasciate che si muoia di fame senza più un euro in tasca". La fantasiosa protesta napoletana, assolutamente non violenta, pacifica, sobria, elegante, non spettacolare, magari intelligente, per smuovere le chete acque che stanno sommergendo il commercio a Napoli e in tutta Italia, se non lo hanno già fatto abbondantemente.

Siamo sgomenti davanti a uno dei tanti disastri nazionali provocati dalla pandemia e dalla mancanza appunto di fantasia di chi ha governato l'Italia fino a tutto il 2021. Allora cosa s'inventano i commercianti della zona centro di Napoli? All'iniziativa intanto aderiscono ottocento negozi sotto la sigla di Confcommercio. Si inventano questo, dimostrando, anzi ribadendo, che loro sono in possesso di reattività e spirito d'iniziativa anche in questo momento disgraziato, che al contrario, altrove, si porta via, azzerandola, la forza di reazione. E quel minimo di ottimismo o fiducia nel cambiamento. L'inversione di una drammatica tendenza.

A Napoli i commercianti protestano contro le chiusure. E lo fanno in una maniera che non è blasfemo definire originale. Il punto di partenza è il seguente: quale tipologia di articoli è possibile commerciare, vendere al dettaglio? Nel gergo commerciale ribadito nel più recente provvedimento della presidenza del Consiglio, "il bambino, l'intimo donna, l'intimo uomo, i capi sportivi". Il resto è tabù, non si può, non è permesso; chi si azzarda è contro legge, becca pesanti multe e in caso di reiterazione del "reato" va incontro al provvedimento di chiusura.

Intimo donna si può? Allora via libera alla fantasia. E alla protesta. Visto che si può, con le vetrine dei negozi aperti, soprattutto quelli di vario genere, i commercianti napoletani hanno aggirato simbolicamente i provvedimenti restrittivi. Hanno riempito le vetrine dei negozi aperti di articoli intimi e ginnici. Reggiseni, slip, tute, e altro. Cambiati i codici Ateco, possono restare aperti.

Una provocazione, chiaramente. Ma anche un urlo, il secco no al prolungamento delle chiusure. A corredo della protesta dei commercianti, quindici croci hanno fatto la loro apparizione in piazza del Plebiscito. I simboli della disperazione portati sulle spalle dalle imprese del commercio, dei servizi e dei settori messi al tappeto, supini, dalla crisi economica.

Oggi la protesta si allarga agli imprenditori di Confcommercio e alla Confederazione imprese e professioni. Le licenze saranno restituite simbolicamente al presidente Sergio Mattarella. Veda un po' lui, in qualità di Capo dello Stato. 

Diventano permanenti, a questo punto, l'esposizione dell'intimo – reggiseni, slip, boxer e quant'altro – nelle  vetrine di tutti gli esercizi commerciali e le quindici croci in piazza del Plebiscito. Il simbolo della disperazione di ciascun settore commerciale ormai vicino alla resa e al getto della spugna, messo prono e supino dalla pandemia e dagli scarsi sostegni dei vari governi, giudicati "inadeguati e intempestivi".

Tutti in piazza. Il mondo del turismo, della moda e dell'abbigliamento, del wedding della ristorazione, gli albergatori, i proprietari di B&B, il trasporto privato, i parrucchieri, il settore dell'estetica, i lavoratori dello spettacolo, gli agenti di commercio e di viaggio, le guide, i mercatali, le società organizzatrici di eventi, e tutte le partite Iva. Una grande mobilitazione per "chiedere risposte serie al governo: molti di noi, sommersi dai debiti e dalla disperazione, non sanno come riaprire".

La protesta in atto segue quella della scorsa settimana. I commercianti hanno protestato aprendo a metà le saracinesche dei negozi. Più di mille i partecipanti, riuniti rapidamente dal passaparola dei negozi di Chiaia ed esteso a molti negozi cittadini. Mentre proliferano i furti ai danni di negozi di abbigliamento nella stessa zona di precedenti raid delinquenziali.

I dati diramati da Confesercenti raccontano di un'amarissima drammatica realtà: la chiusura di Pasqua ha causato perdite per oltre due milioni di euro di fatturato in tre settimane. Interi settori sono al collasso: la moda, l'abbigliamento, le calzature, le gioiellerie. Alcuni centri commerciali rischiano la chiusura definitiva.

Numeri che allarmano, previsioni che sconcertano e sconvolgono. A Napoli il commercio è al tappeto.