Giuseppe Conte (foto: depositphotos)

Tra le tante bizzarre, furbastre trovate, cui i Cinquestelle ci hanno abituato da non farci, però, mai rassegnare alle loro sortite, anzi da diffidarne sempre di più, anche se dovessero tornare scalzi da Lourdes, l’ultima, oltre ogni immaginazione, è quella di affidare a un “premier in affitto” le sorti di un Movimento “sgarrupato”. A dire la verità, già quando nella primavera del 2018, dopo l’intesa degli “opposti populismi” M5S-Lega - il primo della decrescita infelice e il secondo della crescita felice - a formare un governo delle “convenienze parallele” in base a un “contratto” - come garante e presidente del Consiglio, l’avvocato Conte, il suo estensore - furono tante le anomalie, da farne preconizzare una fine da pesci in faccia, in realtà poi avvenuta.

Ma oggi, nel corso di questi tre anni, avendo conosciuto meglio e più di ieri molte cose, si può dire che quelle che, all’inizio, parvero anomalie, paradossi esclusivi dei Cinquestelle, già in conto, si riveleranno in realtà veniali a fronte al “doppio giochismo”, al “trasformismo” di quel presidente del Consiglio, detto purezza “Camaleconte” che, in tre anni, le ha provate tutte, pur di restare a Palazzo Chigi. All’inizio fu un paziente mediatore, da meritarsi l’appellativo del “Conte Tacchia”, una metafora romanesca indicante chi prova a mettere a tutto una “zeppa”, a riparare alla men peggio ogni criticità, mutuata dalla fama di un nobile capitolino, che ebbe una grande fortuna come “riparatore” di tutta la immensa mobilia del Vaticano. Appena però Conte sentì che in Europa spirava un vento sfavorevole al suo vicepremier Salvini, subito lo cavalcò. A tradirlo fu un memorabile “fuorionda con la Merkel”, nel quale fece capire che era possibile un ribaltone.

E il ribaltone venne. Non perché lo avesse voluto Salvini, ma perché fu lui a spingerlo a fare una crisi senza ritorno. Che ebbe una vivace, provocatoria ribalta parlamentare di risonanza europea, pretesa da Bruxelles, per mettere in cattiva luce ancora di più il leader leghista e far meritare al suo benemerito accusatore, il bis a Palazzo Chigi. Così “Giuseppi l’americano”, divenuto uno sprezzante Marchese del Grillo, sbarazzatosi del sovranista “putiniano” con un governo M5S-Pd- i Cinquestelle confusi e impreparati su tutto, da miracolati, e un Pd zingarettiano senza testa, sognò che sarebbe rimasto a Palazzo Chigi per decenni. Meno male che c’era un altro Matteo, stavolta Renzi a fargli la festa. Grazie a lui, si è mascherato il più grande inganno della legislatura, di un premier, che non ha mai avuto in tasca la tessera di un partito, per non compromettersi. Ma ha fatto di tutto e di più con un pensiero duttile secondo le proprie ambiziose convenienze.

Ora però è costretto a non svicolare più sulle sue generalità politiche da quasi leader del neo Movimento 5 Stelle, indubbiamente il più degno a guidare la riscossa degli odierni, storici “grillini dei vaffa”, che, appena assaporata la dolcezza del potere con lui premier, hanno inaugurato la nuova “stagione dei Wafer”. Domani chi sa? Conte potrà sempre dire che è stato un “premier in affitto”, il tempo di far rinascere un Movimento sfibrato. Ma chi gli crederà più? Ormai nei Cinquestelle regna una confusione sovrana. Ha detto in queste ore “Uno dei tanti vale l’altro”: “Un M5S forte con una leadership legittimata potrà indicare la strada per portare il Paese fuori dalla crisi sanitaria e sociale, ridisegnare il futuro”. Una curiosità: perché Conte da “leader in affitto” per il modo con cui lo si sta ingaggiando, dovrebbe fare ciò che non ha saputo fare da premier miracolato e “raccomandatissimo” da Trump? Altro che le bufale di Bettini sui “poteri forti” che avrebbero fatto cadere Conte! Da “turista per sempre” in Thailandia, nei giorni del ribaltone, gli sfuggì la notizia, resa pubblica dal Colle, di un messaggio di Donald, che caldeggiava il bis per l’amico “Giuseppi”.

ALDO DE FRANCESCO