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Di Vincenzo Nardiello

Se la proposta di costruire una federazione tra le forze di centrodestra al governo è solo tattica, o se invece è l’indizio di una vera svolta strategia di Matteo Salvini lo capiremo presto. Nel primo caso sarà soltanto uno strumento nelle mani del Capitano leghista per provare a limitare l’ascesa di Giorgia Meloni e provare a tenere così la leadership del centrodestra. Nel secondo, invece, sarebbe una cosa enormemente più seria. In parole povere, si tratta di capire se la federazione sarà il veicolo attraverso il quale rivendicare il sostegno e i risultati del governo Draghi oppure no. Perché il punto è esattamente questo. Parliamoci chiaro: fino ad ora nessun partito si è fatto interprete del draghismo. Alle prossime elezioni quale partito deciderà di rivendicare quanto fatto dal governo Draghi senza doversi giustificare, puntualizzare, mostrare bandiere? Allo stato non può farlo nessuno. Non può farlo il Pd, con Enrico Letta che sta spostando sempre più a sinistra il partito; non può farlo il nuovo M5S che prepara Conte, visto che da quelle parti considerano il governo Draghi una dura necessità imposta dai traditori del Conticidio; non potrà farlo la Meloni che si è posta all’opposizione. Potranno farlo soggetti minori come Forza Italia, Italia Viva, Azione e altri partitini centristi che però contano poco sul piano elettorale. Dunque Salvini è in teoria l’unico ad avere oggi le mani abbastanza libere da poter sposare una politica “alla Draghi dopo Draghi”. Di conseguenza un partitone Lega-Fi ancorato saldamente al Ppe sarebbe il candidato naturale ad assumere questo ruolo. Ma per farlo, appunto, occorre che la conversione di Salvini sia autentica e strategica, non tattica e dettata da convenienze elettorali del momento. È evidente a tutti che da alcune settimane la posizione del leader leghista nei confronti del Governo è cambiata: l’appoggio di Salvini al capo dell’Esecutivo si è fatto molto più deciso e convinto, favorito dalle mosse di Letta la cui agenda sembra essere sempre più estranea a quella di Palazzo Chigi. Il leader Dem, anziché intestarsi i meriti dell’Esecutivo, è impegnato soprattutto a fare proposte radicali fuori contesto che poi finiscono nel dimenticatoio. Si tratta di mozioni soprattutto a uso politico interno, per provare a stringere i bulloni del Pd e costruire un ponte per l’intesa con ciò che resterà dei grillini. È chiaro che questo suo atteggiamento apre una potenziale prateria al centrodestra di governo. Nei prossimi mesi l’azione di Draghi avrà effetti reali e non è escluso che la sua impresa possa essere anche un successo insperato: se tutto andrà per il meglio, Draghi sarà il premier che ha sconfitto il virus, ha riaperto l’Italia, ha innescato il boom economico, lo ha consolidato e ha realizzato un piano d’investimenti di oltre 200 miliardi. L’ex governatore della Bce (per fortuna) non è Monti e non ha alcuna intenzione di farsi un partito, ma di un partito che ne raccolga l’eredità e ne rivendichi i risultati ci sarà assoluto bisogno quando si tornerà alla normale dialettica politica. Se dietro la proposta della federazione c’è questo ragionamento, allora la strada è giusta. Ma va costruita con tempo e pazienza, articolandola attorno ad un progetto chiaro e coerente. Altrimenti rischia di essere solo una mossa opportunistica