(foto depositphotos)

Da quando il termine ecomafia è entrato nella letteratura criminogena sono trascorsi quasi vent’anni. Da allora molte cose sono cambiate. Il quadro dell’epoca parlava di rifiuti pericolosi che, dal nord, venivano smaltiti illegalmente nelle quattro regioni del sud a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Oggi la situazione è in gran parte capovolta: i rifiuti del Mezzogiorno vengono spesso smaltiti al nord, quando non addirittura all’estero. Basti pensare che due regioni, la Lombardia e l’Emilia Romagna, posseggono da sole lo stesso numero di termovalorizzatori (impianti che recuperano energia) che sono in funzione in tutto il resto d’Italia e che alcune regioni, come la Sicilia, ne sono addirittura sprovviste. Questo comporta che ogni giorno una imponente massa di rifiuti viene fatta viaggiare da un capo all’altro della penisola per essere smaltita. In nessun’altro Paese europeo avviene questo.

Accanto al circuito legale, che pure esiste, prosperano le ecomafie. Non deve sorprendere che un procuratore aggiunto di Brescia, nell’audizione innanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, abbia definito il territorio bresciano come “una nuova Terra dei fuochi”. Le teste di ponte della malavita organizzata sono ben salde nella Valle padana e prosperano su questo traffico. L’intercettazione di un boss siciliano specializzato nel settore è eloquente: “Trasi munnizza e nesci oro”, cioè “Entra immondizia ed esce oro”.

L’infiltrazione criminale nella lunghissima filiera dei rifiuti (produzione, conferimento, raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento) è emersa chiaramente, così come sono emerse le complicità politiche, anche a livello di amministrazioni comunali. È  molto frequente che i Comuni sciolti in seguito ad accertati legami con la criminalità organizzata abbiano amministratori collusi con imprese poco cristalline che si occupano di rifiuti. Nei reati connessi allo smaltimento illecito dei rifiuti si intrecciano talvolta condotte poste in essere da tutti i soggetti che intervengono nel ciclo, non solo appartenenti a gruppi criminali, ma anche imprenditori, trasportatori, chimici, tecnici e proprietari di terreni. Il fenomeno è vasto, non segue i confini amministrativi delle province o delle regioni e neppure quelli giurisdizionali delle singole procure. Ecco perché deve essere affrontato in un’ottica d’insieme, con una visione ampia. Prevalgono, invece, la frammentazione delle competenze e un approccio parcellizzato. Contenere il fenomeno è possibile, occorre volerlo e utilizzare gli strumenti adeguati.