Mario Draghi (foto Depositphotos)

Sarà perché non ha l’assillo del consenso. Sarà perché il suo governo, dopo il default dei partiti di fronte a una straordinaria emergenza, ha una forza derivante dal fatto che l’alternativa non c’è, perché l’alternativa sarebbe il fallimento del Paese. Sarà anche perché un uomo delle istituzioni sa che, non solo i governi, ma le democrazie muoiono di non decisioni, a maggior ragione se infettate dalla pandemia e dalla crisi della politica.

Sarà per una o per tutte queste ragioni, ma la conferenza stampa di Draghi di giovedì è stato il più straordinario esempio di “decisionismo antipopulista” che si sia visto da un po’ di tempo a questa parte. Che chiama in causa il concetto più politico, non tecnico, che esista: la responsabilità, intesa come capacità di scelte sulla base di una autonoma visione dell’interesse nazionale. È questo che lega il Green Pass alla riforma della giustizia da non procrastinare o stravolgere, l’appello agli italiani a vaccinarsi e la “fiducia” su un provvedimento divisivo come la riforma Cartabia, la presenza del ministro della Salute, così contestato da Salvini, alla sua sinistra e della Guardasigilli alla sua destra, così contestata dai Cinque stelle e da pezzi rilevanti della magistratura, la fermezza di un direttore d’orchestra in grado di armonizzare solisti anche stonati. L’idea cioè che, a un certo punto si decide, e la mediazione può essere utile, necessaria, nella misura in cui è uno strumento per arrivare all’obiettivo, ma non una prassi che si autoalimenta producendo immobilismo.

E si decide sulla base di ciò che è giusto, perché il primo provvedimento serve per coniugare Pil e salute, senza vanificare gli sforzi fatti, l’altro è un pezzo del contratto da onorare con l’Europa per ottenere i fondi del Recovery. Mai si era visto un premier che, a domanda sulle parole di un leader della sua maggioranza (Salvini), che ammicca ai no vax, contesta il Green Pass, dispensa prescrizioni su chi si dovrebbe vaccinare e chi no, risponde, icasticamente: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire sostanzialmente. Se non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire”. Proprio così, fissa un discrimine non di opportunità, ma inconfutabile come la differenza tra la vita e la morte. Parole dentro le quali c’è un giudizio definitivo sul cinico gioco, a favor di consenso, sulla salute delle persone.

Tutto l’impianto dei provvedimenti messi in campo e di quelli che saranno affrontati nelle prossime settimane con la discussione del “lasciapassare” anche sui mezzi di trasporto e sul tema della vaccinazione dei docenti è una clamorosa sconfitta del salvinismo, che questa volta non ha neanche l’appiglio semantico per rivendicare i provvedimenti come propri, come quando il leader della Lega giocava intestandosi aperture che in verità erano più graduali e prudenti di come venivano dal medesimo presentate. E, sull’altro versante, le parole sulla giustizia non concedono nulla all’altro corno del populismo italiano, le cui critiche vengono liquidate con un richiamo alla coerenza: “C’è stato un rapido passaggio in Consiglio dei ministri, ho chiesto l’autorizzazione alla fiducia quando sarà il momento in Parlamento perché c’è un testo approvato dal Cdm”. Punto.

Parla certo a Conte, ma parla anche ai veri oppositori della riforma, la cui voce, con i governi di qualunque colore, si è trasformata in un veto, in questi anni: Anm, Antimafia, Csm. Ed è complicato, con un po’ di malizia, dedurre che un’operazione di questa portata non abbia la condivisione del capo dello Stato che, evidentemente, non ravvisa nella riforma quella pericolosità denunciata da un pezzo della magistratura. Right or wrong, è l’opposto del film della subalternità, proiettato in questi anni e in questa strampalata legislatura iniziata col governo dei populisti, la cui egemonia è stata vissuta in fondo come intoccabile, in entrambi gli schieramenti, anche da forze che dal populismo furono travolte, acconciatesi poi a sostenere (e assecondare) addirittura lo stesso premier, e lo stesso humus culturale. In fondo, la parabola della Bonafede è emblematica: approvata nel Conte 1 a furor di popolo e di procure, rimasta tale nel Conte 2, viene smontata solo ora. E accadrà col consenso di tutti. Le dure repliche della storia.

ALESSANDRO DE ANGELIS