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di Juan Raso

Fin da piccolo sono stato uno sportivo, anche se non ho mai vinto nessuna coppa. Sono sportivo per vocazione, senza altro scopo che divertirmi e vivere una vita ragionevolmente sana. “Mens sana, in corpore sano”, mi diceva il parroco sul campetto di calcio la domenica. Ed é proprio cosí: un corpo sano ci fa pensare cose sane. 

Da adolescente consideravo le Olimpiadi il massimo evento agonistico, che purtroppo  si ripeteva solo ogni quattro anni. Tra i primi forti ricordi sono le Olimpiadi di Roma del 1960: quelle sí furono vere olimpiadi. Che portento quel Livio Berrutti che con i suoi occhialoni dalla grossa montatura nera vinse gli americani nella sfida dei duecento metri!

Oggi lo sport in generale – e le Olimpiadi in particolare - sono un’altra cosa: anche lo sport é diventato espressione di una societá dell’eccesso e dello spettacolo, in cui le gare sono occasione di denaro, di pubblicitá, di spettacolo per mass media. Lo sport é diventata una nuova “merce” del secolo XXI oggetto di smisurate operazioni commerciali.

Due fatti – uno in Europa e un altro alle Olimpiadi di Tokio - confermano la mia percezione sul fatto che oggi lo sport vale in quanto spettacolo, lontano da quel concetto di agonismo che esaltava valori antichi, addirittura riportati all’antica Grecia. Lo “sport-merce” é oggi qualcosa da vendere o acquistare attraverso immagini globali e solo contano gli atleti che accettano le regole dello spettacolo. 

Il primo esempio di questa mia affermazione viene dalla incredibile multa di 1.500 euro assestata alla Norvegia dalla Federazione Europea di Pallamano (EHF) dopo la recente partita tra la squadra femminile scandinava e la Spagna. La sanzione alla Norvegia é stata data per «l'abbigliamento improprio» indossato dalle giocatrici in occasione dei campionati europei in spiaggia. Le atlete norvegesi hanno preferito vestire come “abbigliamento impropio” pantaloncini e non il succinto bikini regolamentare previsto dalla Federazione. Secondo l'EHF, la squadra norvegese non ha rispettato il codice vigente sulle divise degli atleti, che prevede per le squadre femminili (non cosí le maschili) l’uso di bikini "aderenti, con un angolo verso l’alto, verso la parte superiore della gamba" (sic).

Nel nuovo concetto di “sport-merce” lo spettacolo non é piú la partita, ma i corpi delle atlete. Evidentemente la Federazione Europea di Pallamano vende ai mass media donne in bikini e non atlete di pallamano. La notizia é ancora piú sorprendente, perché in pieno secolo XXI permette agli uomini di questo sport usare pantaloncini: l’abbigliamento “sexi” é solo per le donne, a sancire un motivo di piú nella differenza culturale profonda tra i sessi. 

Non sono l’unico a pensarla cosí. La cantante Pink si é offerta di pagare la multa e ha espresso il suo orgoglio per la squadra femminile norvegese che ha avuto il coraggio di “protestare per le regole sessiste sulla loro uniforme – ha scritto la popstar americana su Twitter -  Brave! Sarò felice di pagare le vostre multe. Continuate così".

Un secondo fatto che mi ha scosso é la decisione dell’atleta nordamericana Simone Biles di ritirarsi dalla finale a squadre: il fatto ha consentito la vittoria storica -  dopo diversi anni - della Russia sugli Stati Uniti. Il ritiro della super campionessa di ginnastica é avvenuto perché Simone ha preferito salvare la sua “salute mentale”. La ventiquattrenne atleta – quattro volte medaglia d’oro a Rio 2016 - si é ritirata dopo un errore di volteggio, ma ció non l’escludeva dalla conquista della medaglia d’oro a squadra. “Dopo una valutazione medica, Simon Biles si é ritirata dall’ultima competizione – ha detto la sua Federazione -. Sosteniamo con tutto il cuore il suo coraggio nel dare prioritá al suo benessere”.   

Come spiegare al prete della mia adolescenza che lo sport oggi non é espressione di una mente sana, ma – anzi – pone a rischio la salute mentale dell’atleta. Cosa é avvenuto il passaggio in questi anni dallo “sport salute e virtú” allo “sport patología”? Il fatto é che l’essere umano é stato coinvolto nello spettacolo globale, che lo ha spinto a superare ogni limite: non solo i limiti fisici, ma anche quelli mentali. Viviamo una societá che ha creato il mito del successo como valore globale: ma che cos’é oggi il successo se non altro che denaro e visibilitá? Nello sport come nella nostra vita comune, l’affermazione dell’individuo non é data dai suoi valori e le sue conoscenze, ma dal fatto della monetizzazione del suo sapere o del suo fare. Quando non c’é la facciamo piú a raggiungere il traguardo, la nostra salute mentale - come nel caso di Simone Biles – é in pericolo. 

Vicino dove vivo, vi é un campetto di calcio dove al tramonto giocano ragazzini tra i sette e i dieci anni. Lo spettacolo non sono loro, ma genitori accaniti che gridano e spingono al limite i loro figli, col miraggio che possano diventare come Messi.

“Mens sana, in corpore sano”? Manco per niente in tempi di umanitá da spettacolo.