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Di GABRIELE MINOTTI

Quante volte abbiamo udito Matteo Renzi sostenere la necessità di dare vita a una nuova sinistra? Ora che l’ex sindaco di Firenze ha deciso di “mettersi in proprio” e di diventare leader di un partito da lui stesso fondato – Italia Viva – è sicuramente più libero e motivato nel perseguire tale arduo obiettivo. La sinistra nella quale lui ha sempre creduto – ribadisce costantemente Renzi – è quella che vede in Barack Obama e in Tony Blair i suoi punti di riferimento. Una sinistra che in Italia bisogna costruire. Un discorso del tutto analogo potrebbe essere fatto in riferimento alla destra di questo Paese, in cui scontiamo – anzitutto dal punto di vista economico – l’assenza di una formazione autenticamente liberale, liberista e libertaria, i cui riferimenti siano Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Ron Paul o Tony Abbott: una specie di Tea Party all’italiana, insomma. Anche questo genere di destra è tutto da costruire: e qui bisogna partire davvero dalle basi, cioè dalla cultura, dato che l’Italia è da sempre un Paese con forti tendenze stataliste, in cui gran parte dell’opinione pubblica è seriamente convinta che l’intervento dello Stato sia la panacea di tutti i mali. Tuttavia, noi abbiamo una marcia in meno rispetto alla sinistra “lib-lab” (come si dice spesso per riferirsi alle sinistre pro-mercato e favorevoli a un sistema di welfare più leggero ed efficiente) che piace a Renzi: noi “lib-lib” (si, liberal-libertari, cioè quella destra integralmente pro-mercato, allergica alle tasse, nemica del welfare e diffidente nei riguardi dello Stato e dei suoi apparati), pur disponendo di una buona e numerosa schiera di intellettuali ed economisti, non siamo rappresentati politicamente, siamo mediaticamente invisibili e siamo privi della capacità di fare lobbying. Noi non abbiamo un leader. E non abbiamo nemmeno un partito – anche piccolo, ma comunque presente in Parlamento e negli Enti locali – capace di rappresentarci, di dare voce alle nostre idee, ai nostri valori e alle nostre proposte. In effetti, tra tutti i partiti della Prima Repubblica, l’unico a non aver “generato eredi” e a non essersi riciclato nella Seconda e poi nella Terza Repubblica è stato proprio il Partito Liberale italiano, il cui discendente – se ce ne fosse stato uno – avrebbe potuto essere la nostra “casa ideale”. I cristiano-sociali, assieme a repubblicani e social-democratici, diedero vita al Patto per l’Italia; mentre gli ex comunisti si riunirono nell’Alleanza dei Progressisti. I due, a loro volta, si fusero nell’Ulivo, che oggi si chiama Partito Democratico. Il Movimento Sociale italiano si trasformò in Alleanza Nazionale, la cui eredità è stata raccolta e viene portata avanti da Fratelli d’Italia. Sebbene Gianfranco Fini abbia cercato di dare vita a un soggetto liberale verso la fine della sua storia politica – Futuro e Libertà – il progetto si rivelò un fiasco e perì sotto il “fuoco amico” e nell’incomprensione degli analfabeti della politica che tacciavano lo storico leader di essere diventato di sinistra quando, in realtà, non fu mai di destra come allora. Socialisti craxiani e democristiani conservatori diedero vita a Forza Italia, che se in un primo momento riuscì ad attirare anche le simpatie, l’impegno e il contributo di molti liberali seri e coerenti (tra i quali vale la pena ricordare il grande e stimatissimo Antonio Martino), in seguito preferì seguire la linea neo-keynesiana di Giulio Tremonti e Renato Brunetta. Persino i partiti privi di radici storiche nella Prima Repubblica sembrerebbero aver attinto comunque a quel tipo di esperienza ed essersi rinnovati sulla base di essa. La Lega delle origini, quella degli anni Novanta, presentava delle interessanti caratteristiche “lib-lib”: dal federalismo radicale fino al populismo fiscale; dal rigetto verso lo statalismo alla dura critica verso il parassitismo generato dal welfare state; dalle proposte economiche volte a favorire la borghesia imprenditoriale del Nord fino alla simpatia nei riguardi dell’Europa in quanto spazio di libertà economica e contraltare al potere dello Stato italiano. La Lega di oggi è molto più simile al vecchio Movimento Sociale o alle correnti conservatrici della Democrazia Cristiana: archiviati il federalismo, la critica al welfare state e il populismo fiscale, ci si è gettati a capofitto nel nazionalismo economico di Claudio Borghi, Antonio Rinaldi e Alberto Bagnai; nel teo-conservatorismo di Simone Pillon e di Lorenzo Fontana; nel conservatorismo sociale che si limita a proporre il riordino e l’efficientamento del welfare state, ma che si guarda bene dal proporne il ridimensionamento o la riduzione, nella misura in cui questo farebbe venir meno i consensi di quel ceto improduttivo che con il welfare ci campa e che, quindi, avversa qualsiasi cambiamento rispetto allo status quo che gli permette di vivacchiare. Le occasionali uscite liberali di Matteo Salvini sono sconfessate e contraddette dalle altre sue posizioni: per esempio, sostiene di voler abbassare le tasse, ma non fa mai riferimento al taglio della spesa pubblica, alle privatizzazioni e al raggiungimento di una certa stabilità finanziaria attraverso il controllo e la riduzione del debito. Anzi, semmai le sue proposte sembrerebbero suggerire il contrario, sebbene queste siano condizioni necessarie per diminuire la pressione fiscale. È evidente, dunque, che non c’è nessuno che abbia raccolto il testimone del vecchio liberalismo italiano: la torcia della libertà giace abbandonata nei libri di storia politica. Forse è giunto il momento di uscire dai circoli intellettuali, dalle associazioni, dalle testate giornalistiche, dalle scuole politiche, dalle aule universitarie, dalle case editrici, o anche semplicemente dalle proprie aziende o dai propri luoghi di lavoro, per dare a questo Paese ciò che gli manca e di cui ha bisogno ora come non mai: una coraggiosa e coerente alternativa liberal-libertaria dinanzi allo sfacelo e alla decadenza economica, sociale e culturale prodotta dallo statalismo. Forse anche noi dovremmo cercare un “rottamatore”, un “outsider” che, a destra, provi a dare il benservito ai residuati del Ventennio, al nazionalismo da bar e al conservatorismo catto-socialista, per accogliere le istanze del ceto medio che vuole vivere, crescere e prosperare in libertà, che non si rassegna al declino e all’immobilismo del proprio Paese e che è stanco di essere il bancomat dello Stato e delle schiere di mantenuti pubblici. Forse è arrivata l’ora di provare a costruire una nuova destra: una destra della libertà.