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A un mese dalla sua prima analisi, la variante Lambda del virus Covid comparsa in Perù alla fine del dicembre 2020, ha due mutazioni che la rendono altamente infettiva. Entrambe si trovano sulla proteina Spike, con la quale il virus penetra nelle cellule umane. Lo indica la ricerca coordinata dall’Università di Tokyo, con Izumi Kimura e Kei Sato, e accessibile online sul sito bioRxiv, che accoglie gli articoli non ancora sottoposti all’esame della comunità scientifica.

Le due mutazioni che hanno attirato l’attenzione dei virologi perché rendono la variante Lambda più infettiva sono indicate con la sigla T76I e L452Q. 

Una terza mutazione, indicata con RSYLTPGD246-253N si trova nella parte terminale della proteina Spike e grazie ad essa questa variante riesce a sfuggire agli anticorpi. E’ soprattutto quest’ultima mutazione ad essere considerata dagli autori della ricerca una sorta di sorvegliata speciale in quanto i dati indicano che potrebbe essere “strettamente associata alla massiva diffusione dell’infezione della variante Lambda in Sudamerica”.

Sono dati che indicano come “siamo ancora lontani dalla fase endemica”, osserva il virologo Francesca Broccolo, dell’università di Milano Bicocca. “La fase endemica – ha aggiunto – è quella in cui si attende la comparsa di un virus molto trasmissibile, ma poco virulento. I dati indicano infatti che stanno ancora facendo la loro comparsa varianti con un elevato potenziale infettivo. In grado di eludere gli anticorpi e che non vi è ancora una stabilizzazione dei nuovi casi”.

Al momento, secondo i dati della banca internazionale Gisaid, la variante Lambda è diffusa in nel Sudamerica, soprattutto in Perù, Argentina, Cile ed Ecuador. Si rilevano molti casi anche in tutta l’America settentrionale, mentre in Europa si osservano casi soprattutto in Spagna e Germania. Non arrivano a una decina quelli rilevati in Italia. Bassa anche la diffusione in Asia e Oceania.