Depositphotos

Consenso sociale, propaganda e proselitismo non passano solo per influencer e social network. Da sempre la criminalità organizzata ha sfruttato a suo beneficio la popolarità dei cantanti neomelodici, specialmente in Campania e Sicilia. Proprio da Palermo proviene il più noto e forse il più amato di loro, Tony Colombo, trapiantato in Campania dove, tra un successo e un altro, ha coltivato amicizie pericolose come quella con Nicola Imparato, che riciclava in Romania il tesoro de boss dei Casalesi Michele Zagaria, finendo poi per sposare la vedova del capoclan degli scissionisti di Scampia, Tina Rispoli, con un matrimonio in carrozza bianca e tanto di palco con musica dal vivo nel mezzo di piazza del Plebiscito. Senza alcun valido permesso, secondo il Comune di Napoli.

Avere un cantante famoso alle proprie feste private e spammare poi i video sui social, rappresenta una arma di ostentazione e di consenso per i boss. Come pure regalare a un intero quartiere la performance del neomelodico preferito nella pubblica piazza, con tanto di saluto riverente dal palco al capoclan. Due esempi recenti: il concerto di Marco Calone alla festa di compleanno in piazza del figlio del boss di Bagnoli. Oppure il video del cantante catanese Niko Pandetta in cui manda i suoi saluti “a Luigi Papale e a tutta la sua famiglia”, capo della camorra vesuviana. Del resto Pandetta non ha mai fatto mistero di cantare per suo zio, recluso al 41bis, affermando che “la mafia non esiste”. Non bastano feste di boss e pubblici inchini ai clan, spesso è proprio nei testi delle loro canzoni che alcuni neomelodici esaltano la malavita e i suoi “eroi”.

È il caso di Tony Marciano, detto “'o rre d'o Vesuvio”, noto per titoli come “Nun me pento” e “Nun c'amma arrennere”. Oppure Daniele De Martino che canta “Si' nu pentito”. Del resto, come Pandetta, alcuni di questi cantanti di mala non fanno mistero delle loro simpatie. Come Anthony Ilardo che in televisione proclamò: “La camorra? È una scelta di vita che va rispettata”.

E capita che qualcuno di loro passi dalla poesia alla prosa, come Alfonso Manzella, detto “Zuccherino”, che oltre a infarcire i testi delle sue canzoni con attacchi a forze dell'ordine e magistrati, nell'aprile scorso si è trovato in manette nel corso di in una retata contro il clan di Poggiomarino.