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di Alessandro Giovannini

In questi giorni si è tornati a parlare prepotentemente di mano pubblica nell'economia e nel sociale. Se ne parla, principalmente, a proposito di reddito di cittadinanzapensioni e "quota cento", di assunzioni nella Pubblica Amministrazione e nella nuova Compagnia di bandiera.

La discussione lascia l'agro in bocca per molti motivi, ma ve n'è uno, più profondo, che li raccoglie tutti perché va al di là delle bandierine di partito e oltrepassa perfino il merito dei singoli dossier. Per la stragrande maggioranza delle forze politiche e sindacali il tempo non sembra passato: lo Stato era e continua ad essere la grande madre dalle grandi mammelle.

Dunque, si forniscano i biberon e il latte farà il resto.

L'illusione di questa narrazione consiste nel credere non solo nella inesauribilità di quelle mammelle, ma anche nella miracolosità di quel latte, ritenuto capace di assicurare a tutti e all'infinito, la crescita e il benessere.

È un'impostazione, questa, tanto sbagliata, quanto stantia. La storia si è già ampiamente incaricata di dimostrare come l'interventismo statale, specie se a debito, non possa mantenere le promesse annunciate dai suoi sostenitori. E non le può mantenere perché affonda le radici in premesse sbagliate.

Gli errori principali stanno nel credere che la spesa pubblica, anche se a debito, abbia un effetto taumaturgico sull'economia; che possa moltiplicare la ricchezza; che il moltiplicatore sia in grado di ripagarla, la spesa, e di ripagare il debito contratto per sostenerla e che dunque, alla fine, spesa e debito scompariranno. Questo modo di intendere la spesa, inoltre, non distingue tra quella per investimenti e quella corrente, tra spesa previdenzialespesa assistenziale, tra spesa produttiva e quella improduttiva. La spesa è tutta uguale, quel che conta è che sazi la pancia dei lattanti.

Come si ricorderà, nei pressi della città di Acchiappa-citrullinel Paese dei BarbagianniPinocchio fu invitato dal Gatto e dalla Volpe a piantare gli zecchini d'oro: la natura miracolosa del campo avrebbe, a dir loro, fatto crescere un albero capace di fruttare tante monete, così tante, ma così tante da arricchire tutti. Ecco, chi oggi continua a far finta di non vedere il baratro della spesa, a me fa tornare alla mente le Avventure di Pinocchio e l'insegnamento di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, che ante litteram, forse inconsapevolmente, iconizzò con l'immagine del Campo dei Miracoli lo Stato sociale, almeno quello attuale, ossia lo Stato sociale post-moderno.

La verità è che il debito non si ripaga da solo. Esso, anzi, finisce per generare l'effetto contrario a quello sbandierato dai suoi sostenitori, aumentando, quasi per paradosso, la dipendenza delle finanze pubbliche da quelle private e la dipendenza della finanza di uno Stato da quella di altri stati.

Pinocchio, percorso il Campo dei Miracoli, trovò quasi la morte: un cappio stretto al collo, appeso ad un ramo della "Quercia grande", lo portò vicino alla fine. Ma si sa, non morì, lui era un burattino e la fata Turchina fece il resto.

Quello del debito è un cappio dai molti nodi scorsoi stretti al nostro collo ed a quello delle future generazioni: il nodo scorsoio nei confronti della finanza privata e verso quella di altri Paesi, e poi i molti nodi politici che quelli finanziari portano con sé.

Le variabili del benessere e della povertà sono determinate, in massima parte, dal grado di diffusione delle libertà e dal tipo di organizzazione istituzionale e politica di uno Stato o Continente. Perciò, più ingente è il debito e più diffuso è l'intervento dello Stato, più ridotte saranno le libertà e più stringenti saranno i cappi.

Le riforme in cantiere dovrebbero essere tutte inserite in un più ampio disegno di riforma dello Stato e del welfare, coscienti che il latte delle grandi mammelle statali non è né miracoloso, né inesauribile.

Se solo si rileggesse Pinocchio, e non si aspettasse la fata Turchina.