La sede delle Nazioni Unite (Depositphotos)

Confronto muscolare tra superpotenze, alleanze che si stringono e altre che si allentano, aspettative ridotte ai minimi termini sulle grandi sfide del presente. La 76esima Assemblea generale delle Nazioni Unite si svolge in un clima che di unione e collaborazione ha ben poco. Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres è arrivato a pregare Stati Uniti e Cina di "evitare una nuova Guerra Fredda", ristabilendo un "rapporto funzionale tra i due poteri". Ma dopo le due recenti mosse unilaterali di Washington – il ritiro dall'Afghanistan e il patto Aukus sui sottomarini – a scricchiolare è la fiducia tra alleati atlantici, mentre l'Unione Europea si scopre ancora una volta divisa e incerta su come muoversi in un mondo il cui baricentro è sempre più spostato a est.

L'Assemblea dello scorso anno fu definita "surreale" da molti commentatori: la pandemia aveva ridotto l'evento a una collezione di messaggi registrati da casa, senza discussioni; l'ex presidente americano Donald Trump non perse l'occasione per incolpare Pechino per la diffusione del virus; ad aprire i lavori furono alcuni degli esponenti mondiali del populismo e dell'autoritarismo, da Jair Bolsonaro a Recep Tayyip Erdoğan. Quest'anno era atteso un altro film, dopo le promesse di Joe Biden al suo ingresso alla Casa Bianca: ritorno del multilateralismo al motto "America is back"; contrasto alle minacce provenienti da Cina e Russia, sì, ma anche strategia del selective engagement (impegno selettivo) con Pechino e Mosca su questioni cruciali come la lotta alla pandemia e la corsa contro il tempo per frenare il riscaldamento globale. Dopo il muro di Trump, gli alleati europei avevano tirato un sospiro di sollievo, salvo poi rendersi conto, nel corso degli ultimi nove mesi, che Biden aveva in mente un multilateralismo – ed è qui l'ossimoro – molto più unilaterale, modellato secondo le esigenze americane e comunque sempre funzionale alla top-priority di Washington: impedire ai cinesi di diventare una potenza oceanica.

Lo tsunami diplomatico suscitato dall'annuncio del patto Aukus tra Usa, Regno Unito e Australia dimostra quanto i leader europei siano rimasti spiazzati dall'approccio spregiudicato di Biden. Allo stesso tempo, il ritardo con cui i paesi europei hanno convenuto sulla necessità di trovare una posizione comune la dice lunga sul grado di immaturità strategica di un'Unione che si prepara a dire addio alla sua figura di spicco, Angela Merkel. Nel caso specifico, del resto, è la Francia l'unica ad aver visto sfumare decine di miliardi di euro. Parigi ha dovuto battere i pugni sul tavolo per quattro giorni, prima di ottenere che la questione fosse affrontata questa sera durante una riunione informale dei ministri degli Esteri Ue.

Così, alla vigilia dell'Assemblea, anche l'Ue prova ad alzare i toni, avvertendo Canberra che la partnerhip con Washington per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare potrà avere un impatto sul calendario del negoziato per l'accordo commerciale tra Ue e Australia, previsto ad ottobre. "Alla fine dell'ultimo round di trattative, a giugno, ci eravamo accordati per ottobre. Stiamo ora analizzando quale impatto l'accordo Aukus potrebbe avere sul negoziato". Così un portavoce della Commissione europea, dopo che il segretario per gli affari europei francese Clement Beaune ha definito "impensabile" proseguire nei colloqui con Canberra. A riscaldare gli animi ci pensa anche il Giappone, con il ministro della Difesa Nobuo Kishi che in un'intervista al Guardian esorta i paesi europei a un maggiore impegno per contrastare le mire espansionistiche della Cina nell'Indo-Pacifico.

E' in questo quadro di nazioni disunite che i leader mondiali sono chiamati a dire la propria nel consesso – ancora in buona parte virtuale – di un'organizzazione intergovernativa i cui obiettivi dovrebbero essere chiari: mantenere la pace e la sicurezza nel mondo; sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni; perseguire la via della cooperazione internazionale per il raggiungimento di scopi comuni. La realtà restituisce una fotografia molto diversa, dove il rafforzamento dell'anglosfera – la rete di intelligence a guida americana che tiene insieme Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda – disturba i sonni di Bruxelles e delle capitali europee, che solo ora scoprono che andare a rimorchio di Washington nella crociata anti-Cina e anti-Russia può riservare per loro cattive sorprese. Significativo, ma più che dovuto, il ramoscello d'ulivo teso oggi dalla Casa Bianca verso l'Europa: a partire da novembre, gli Usa riapriranno ai viaggi per i passeggeri vaccinati in arrivo da Ue e Gb, mettendo fine al "travel ban" deciso da Trump e in vigore ormai da 18 mesi.

In un contesto di alleanze tutte messe in discussione, si abbassano drammaticamente le chance di ottenere risultati concreti sulle grandi sfide che dominano il presente, dai giochi di guerra attorno a Taiwan al futuro dell'Afghanistan, dalla diseguaglianza vaccinale all'allarme rosso sul clima. Il punto è che l'acuirsi del contrasto Usa-Cina rischia di rendere impossibile anche quella collaborazione selettiva su temi che riguardano l'umanità intera, come appunto il cambiamento climatico che secondo gli esperti rimodellerà radicalmente la vita sulla Terra.

In queste ore Boris Johnson ha ammesso che "sarà dura" convincere tutti i paesi più importanti a rispettare gli impegni sulla lotta ai cambiamenti climatici indicati dalla presidenza britannica in vista della CoP26 di novembre a Glasgow, la conferenza internazionale sul clima coordinata dal governo di Londra in partnership con l'Italia. Johnson ha detto di voler utilizzare l'occasione degli incontri a Palazzo di Vetro per promuovere l'agenda della conferenza, ma ha aggiunto di scommettere al momento "6 contro 10″ sull'obiettivo di arrivare entro l'appuntamento di Glasgow a un impegno collettivo dei maggiori paesi industrializzati del pianeta a mettere sul piatto 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare le nazioni in via di sviluppo a tagliare le emissioni nocive prodotte dagli idrocarburi. Il presidente cinese Xi Jinping non ha ancora confermato la sua presenza: è chiaro a tutti che senza di lui è tempo sprecato.

A esprimere la drammaticità del momento è il segretario generale dell'Onu Guterres, che in un'intervista ad Associated Press ha praticamente implorato Cina e Stati Uniti di rivedere un rapporto che oggi è "completamente disfunzionale".

Guterres ha esortato le due superpotenze a collaborare sul clima e a negoziare in modo più solido su commercio e tecnologia, malgrado le divisioni persistenti su diritti umani, economia, sicurezza online e sovranità nel Mar Cinese Meridionale. "Sfortunatamente, oggi abbiamo solo uno scontro", ha affermato, sottolineando quanto invece sia necessario "ristabilire un rapporto funzionale tra i due poteri". Questo – ha proseguito - "è essenziale per affrontare i problemi della vaccinazione, il nodo del cambiamento climatico e tante altre sfide globali che non possono essere risolte senza relazioni costruttive all'interno della comunità internazionale e soprattutto tra le superpotenze″. Ma si tratta, appunto, solo di auspici, perché quello che vediamo è tutt'altro: il rafforzarsi di due strategie geopolitiche e militari rivali, il che significa nuovi "pericoli" e un mondo più diviso. "Dobbiamo evitare a tutti i costi una Guerra Fredda che sarebbe diversa da quella passata, e probabilmente più pericolosa e più difficile da gestire", ha dichiarato il segretario generale, mentre i grandi del mondo continuano a discutere e a litigare su come armarsi meglio nei mari dell'Estremo Oriente.