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di Franco Esposito

Questo giro il tram in faccia lo hanno preso davvero. Oltre quattrocento anni di carcere per quarantadue imputati; un solo assolto. Pene che arrivano fino a trent'anni per chi è accusato di associazione mafiosa, traffico di droga, usura, estorsioni, detenzione illegale di armi. Chiara e non equivocabile la sentenza emessa dal tribunale di Roma in primo grado: il clan Casamonica è un'associazione mafiosa. Punita come espressione di un potere mafioso la violenza che ha imprigionato per anni interi quartieri di Roma. 

Decisiva è stata la testimonianza di una donna di coraggio, Debora Cerreoni, ex moglie di Massimiliano Casamonica, divenuta collaboratrice di giustizia. Dalla periferia est di Roma, il vasto clan composto di genitori, figli e nipoti trattava con camorra e 'ndrangheta. Oltre ad avere costanti e proficui rapporti con i maggiori narcotrafficanti dell'America Centrale e del Sudamerica. La mafia capitale è loro, dei Casamonica. 

La sentenza di primo grado stabilisce un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata romana. Che ha avuto nella famiglia di dinastia sinti proveniente dall'Abruzzo la punta del suo squallido e mortale iceberg. I pm sono riusciti a dimostrare come in quella famiglia non ci sia innocenza ignorante, ma la manifestazione di una mafia in grado di trattare da pari a pari con emissari delle maggiori organizzazioni della criminalità organizzata. Il clan si era sovraesposto nel 2015 per il funerale in stile Padrino del boss Vittorio. Un imperdonabile errore. L'ostentazione di supponenza, lusso, arroganza, e quant'altro. La mafia a Roma finora era stata riconosciuta per gli Spada di Ostia, imparentati con i Casamonica e loro sodali, in tutto e per tutto. Quella "mafia capitale" negata dalla Cassazione per la banda di Carminati e Buzzi. 

Ancora oggi il nome Casamonica viene pronunciato a fatica, per paura. Non è criminalità de noantri, non lo è mai stata; è un'organizzazione che si è imposta a Roma, impiegando violenza, sopraffazione, soldi, raccomandazioni. "A Roma semo i più forti, semo mafiosi", si vantavano intercettati, convinti di possedere una sorta di inviolabile impunità. 

Il processo è durato due anni, segnato, scandito e attraversato dalle "dimenticanze dei testimoni, i proclami del banco degli imputati per contestare gli avvocati difensori e i giornalisti". Il clan mobilitato nel respingere ogni addebito della Procura. La conclusione rappresenta una vittoria netta della linea portata avanti dai pm Giovanni Musarà e Stefano Luciani. "Questa sentenza è un risultato importante, noi non ci siamo mai girati dall'altra parte", fa sapere il sindaco uscente Virginia Raggi, sotto scorta per le minacce ricevute. 

Le inchieste hanno ricostruito storie di raccapricciante ferocia, esercitata ai livelli più alti e duri per imporre l'usura. Tassi pure del mille per cento e persone, povere disgraziate, che accettavano condizioni insostenibili, diventando di conseguenza "succubi a vita". I Casamonica, - come da confessione dei disperati ridotti in miseria - a qualcuno è stata sottratta persino la casa costringendo il soggetto vittima di usura a dormire in strada per dieci anni, alla mercè di mafiosi privi di scrupoli. "Ti si mangiano, sono in tanti, pieni di fratelli e cugini che si muovono". Un'organizzazione capillare di mafia, ora sgominata da quattrocento anni di carcere per quarantadue imputati. Un colpo micidiale si è abbattuto questa volta sui Casamonica. Messi supini dalla giustizia, una volta tanto. 

Le indagini condotte dai carabinieri di Frascati hanno reso possibili queste condanne. Ma è stato decisivo soprattutto il coraggio di Debora Cerreoni. Ha collaborato co gli inquirenti descrivendo dall'interno le attività della famiglia. Il valore delle sue deposizioni è stato riconosciuto da un collegio composto interamente da magistrate. Presidente Antonella Capri. 

Il difensore di diversi imputati, il penalista Giosuè Naso, ha definito la sentenza "sconcertante, ma non sorprendente". Laddove la responsabile della Dda, Ilaria Calò, ritiene che "la sentenza conferma la serietà del lavoro svolto in questi anni, siamo usciti alla grande dal vortice". 

Un vortice in cui il clan arraffava tutto e tutti, dalla casa popolare al ristorante La Dolce vita, che fu di colletti bianchi solleciti nell'aiutarli a ripulire denaro e a stringere relazioni importanti. Rapporti che avrebbero contribuito, nel tempo, ad alimentare gli affari lerci del clan. Una rete spietata che si è sviluppata e cresciuta in territori a lungo abbandonati dalle istituzioni. 

Territori diventati piazze di spaccio, in stile Gomorra, tenuti in vita grazie anche agli scambi con i narcos sudamericani. Gli incontri avvenivano in alberghi a cinque stelle. Ha comunque sorpreso, al momento della sentenza, l'assenza delle vittime. "Nessuna si è infatti costituita parte civile", la sottolineatura è di Luigi Ciatti, presidente dell'ambulatorio antiusura, molto soddisfatto dell'esito del processo. "Se vogliamo liberare la città. È necessario che chi subisce questi reati alzi la testa". 

Il target dei Casamonica, per così dire, non era in assoluto di tipo periferico. Il mondo lo ha scoperto con il solenne funerale pubblico celebrato nell'agosto del 2015. La carrozza regale, l'elicottero spargi fiori sulla folla, la banda costretta a suonare le note de Il Padrino per celebrare "zio Vittorio". 

Una esibizione pubblica che ha fatto aprire gli occhi a tutta Roma, su questa famiglia rom. Presenza nefasta nella periferia Est di Roma, ora liberata dal cancro che l'ha tenuta per anni in fin di vita.