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di MAURIZIO GUAITOLI

Quando l’invasore ti fa ricco! Per quasi tutti il ritiro Usada Kabul è una sconfitta ma, per qualcun altro, che con l’invasione si è arricchito da matti, ha rappresentato solo un pessimo affare. Infatti, la partenza del contingente americano ha portato definitivamente via con sé un fiume di miliardi di dollari, che hanno fatto la fortuna di non pochi afghani invasi e di molti altri invasori, questi ultimi presenti in forza nell’economia americana e nelle aziende quotate a Wall Street. Ce ne parla con grande dovizia di particolari Farah Stockman sul New York Times del 15 settembre, da cui discendono per l’essenziale le analisi che seguono. Per iniziare, si cita nell’articolo un certo Hikmatullah Shadman che, partito da teenager come interprete a 1.500 dollari al mese (pari a 20 volte il salario di un agente della polizia locale!), dieci anni dopo era il titolare di una compagnia di autotrasporti specializzati nella fornitura delle basi americane, vantando un fatturato annuo di 160 milioni di dollari! Quindi, se un tipo insignificante come Shadman era riuscito a diventare ricchissimo grazie alla guerra al terrore, si può ben immaginare che cosa abbia combinato il signore della guerra (“warlord”) Gul Agha Sherzai una volta divenuto Governatore. Durante l’occupazione, infatti, la sua famiglia allargata ha rifornito di ogni ben di dio la base Usa a Kandahar, catalizzando così sui conti correnti esteri del patriarca parecchie centinaia di milioni di dollari di fondi riservati, erogati dalla Cia per combattere la guerriglia talebana. Stime precise non è possibile farle, ma il tenore di vita parla da solo visto che, per sua stessa ammissione, Sherzaidichiarò in passato di aver speso come argent de poche 40mila dollari per acquisti di beni superflui di lusso in Germania! Avete presente la fame nera di ieri e di oggi dei contadini afghani, con un reddito medio di circa dieci dollari al mese? Altro che guerra onorevole di liberazione per affermare i diritti delle donne e per neutralizzare i terroristi islamici che avevano colpito l’America! In senso lato, osserva Stockman, la dilagante corruzione afghana durante l’occupazione Usa non si è rivelata un fatto puramente casuale e indesiderato. Al contrario! “Noi americani non abbiamo sconfitto i talebani: lo hanno fatto per noi i warlord ricevendo in cambio vagonate di dollari!”. E proprio questi ultimi, riciclatisi in posti istituzionali di generali e governatori, hanno monopolizzato e intercettato i flussi dei finanziamenti miliardari Usa per la (irrealistica) realizzazione del progetto di Nation Building afghano, così caro agli schieramenti bipartisan di Parlamento e Pentagono. Proprio questa fitta rete di capibanda e capitribù afghani, che avrebbe dovuto contribuire a governare il Paese, ha avuto come unica missione l’arricchimento smodato delle proprie componenti interne a spese dell’erario statunitense, circostanza quest’ultima che si è rivelata l’unico, vero grande successo dell’occupazione americana dell’Afghanistan! Le 500 basi Usa sono servite infatti come pozzo di San Patrizio per generare immense fortune personali, derivate dalle attività svolte da esponenti di spicco delle istituzioni locali che facevano accordi sottobanco con i talebani, per evitare spiacevoli attacchi alle pattuglie occidentali. Ma non ci sono solo gli autoctoni a fare affari con l’occupazione: ben il 40 per cento delle risorse stanziate per l’Afghanistan sono tornate indietro ai Paesi donatori dell’Occidente, generando notevoli profitti per le corporation coinvolte e coprendo la spesa per gli stipendi di migliaia di consulenti impiegati sul campo. Per esempio, una grande azienda americana per le costruzioni edili, la Louis Berger Group con sede in Louisiana, ha ottenuto appalti per 1,4 miliardi di dollari per costruire scuole, ospedali e strade. Cosa che ha continuato regolarmente a fare anche quando è stato dimostrato che aveva corrotto funzionari locali e sovrafatturato i costi sostenuti. Quindi non c’è mai stata solo la corruzione afghana in campo, bensì anche quella molto consistente dei donatori. La guerra afghana, per questione di interesse, l’hanno vinta i contractor del Pentagono, alcuni dei quali rappresentavano compagnie americane ben note che hanno finanziato le campagne presidenziali di George Bush. Una di queste, beneficiaria di un contratto di consulenza a sostegno del Governo irakeno, aveva un solo impiegato che poi non era altro che il marito di una vice assistente del Segretario della Difesa Usa! In Afghanistan, in questi 20 anni, le risorse investite dagli americani per la difesa di quel Paese hanno rappresentato la parte sostanziale del Pil nazionale, al netto dei proventi dell’oppio. Il Governo statunitense, infatti, ha investito in dollari 145 miliardi per l’aiuto alla ricostruzione, più altri 837 miliardi per combattere la guerra, a fronte di un Pil nazionale afghano che nel periodo considerato ha oscillato tra i 4 e i 20 miliardi all’anno, in funzione della presenza del numero di effettivi dell'esercito di occupazione Usa. Tanto denaro doveva servire a conquistare il cuore degli afghani, garantendo sicurezza e costruendo per loro centrali elettriche e ponti e, invece, si è ottenuto solo di scatenare una guerra per bande generando rabbia e risentimento nella maggior parte della popolazione afghana che ne è stata esclusa. Risultato… “un’economia creativa a metà tra un casinò di Las Vegas e uno Schema Ponzi. Perché combattere i talebani quando bastava pagarli affinché loro non ci attaccassero”. Così il gatto si è divorato la coda: l’America ha speso sempre più soldi per evitare nuovi attacchi, il cui numero e intensità crescenti serviva a aumentare progressivamente la posta in gioco. Nel linguaggio sociologico, Paesi come l’Afghanistan del post 2001 sono definiti Stati rentier, che vivono cioè di rendita a spese del contribuente altrui! E poiché il denaro veniva regalato dall’estero, non si è avuto modo di costruire uno Stato moderno basato sulla fiscalità, cioè sulla ricchezza prodotta dai propri cittadini! Quindi, in definitiva, che cosa dimostra il caso afghano? Semplice: non si può comprare un esercito ma solo… affittarlo! Scaduto il… contratto a seguito del ritorno in Patria del Pantalone di turno, si ricomincia tutto daccapo, aspettando che qualche altro Impero (giallo?) vada a impigliarsi di nuovo nella rete tribale afghana.