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di Juan Raso

Altro che COVID 19: lunedí scorso l’oscuramento durante 7 ore di Facebook, Whatsapp e Instagram ha messo il mondo in stato di massima allerta. Durante quelle lunghissime ore  abbiamo immaginato il crollo di una dimensione virtuale, in cui ci eravamo pian piano sistemati, senza neanche renderci conto. 

Durante un lungo pomeriggio abbiamo aspettato con ansia che i Governi, il Papa o le Nazioni Unite ci indicasse cosa succedeva e quale sarebbe stato il nostro prevedibile futuro, senza le comunicazioni dello smart phone. 

Trascorsa quasi una settimana nessuno ci spiega bene cosa é successo: forse una semplice attivitá di manutenzione del servizio, o la crudele azione di hackers o un messaggio duro alla societá da parte del padrone delle applicazioni - Mark Zuckerberg – che ha ammonito al mondo sul suo straordinario potere. Nessuno lo spiega bene, ma l’episodio ci consente di riflettere sulla fragilitá di un modello di vita costruito a partire da servizi digitali e telefonini. 

Ci siamo convinti che con le TICs potevamo sfondare le barriere del tempo e dello spazio; inviare foto, documenti, registrazioni in forma gratuita a qualsiasi angolo del mondo, o addirittura fare di Facebook una specie di rivista personale con la nostra foto piú bella come copertina.

La caduta dei sistemi ci fanno capire quanto evanescente sia la nostra realtá virtuale: continuo a conservare foto antiche in qualche album della gioventú, mentre le migliaia di foto scattare a colori con il telefonino sono scomparse o non riesco piú a ritrovarle tra tanta confusione di immagini e informazione. Slittiamo verso una realtá fugace, che ci consente teoricamente di sapere ogni cosa e di comunicarci con qualsiasi persona, ma che poi evapora rapídamente senza lasciare tracce profonde. Google puó rispondere a qualsiasi nostra domanda, ma nessuna delle risposte riesce a dare un minimo di spessore alla nostra cultura personale.  

Ricordo i tempi antichi in cui esprimevamo sentimenti e idee attraverso una lettera o una cartolina, per segnalare momenti felici e tristi della nostra vita. Per scrivere ed esprimere le nostre idee dovevamo trovare l’occasione opportuna e lo stato d’animo necessario. Oggi trasmettiamo – e riceviamo – in modo ossessivo decine di messaggi al giorno, e non importa se siamo a casa, al lavoro, in un bar o in un autobus, soli o in compagnia. Se nessuno ci invia mesaggi, il silenzio ci angoscia e cerchiamo di capire se il silenzio del whatsapp é dovuto a difetti del telefonino o al disinteresse degli altri verso di noi.

Non abbiamo ritegno a mettere il nostro pudore in vetrina, attraverso Facebook, Instagram o altre applicazioni. Esibiamo senza vergogna  anche immagini intime e parliamo delle nostre idee senza comprendere il pericolo di lanciarle inopinatamente ad un pubblico che non siamo in grado di gestire. Le leggi sanciscono il nostro diritto alla privacy, ma poi siamo proprio noi i principali responsabili della esposizione pubblica della nostra intimitá. Le comunicazioni on-line rompono le naturali protezioni della nostra timidezza e comunichiamo in forma diretta pensieri e sentimenti, lanciamo in forma indiscriminata a qualsiasi persona che voglia saperne di piú su di noi. 

Non abbiamo tempo per meditare sui nostri messaggi, che diventano ogni volta piú sintetici, mentre molte parole sono sostituite da abbreviazioni o emoticon. Nella retroalimentazione tra pensiero e messaggini, anche le nostre idea finiscono per diventare pensieri ridotti, limitati, parziali, cioé vere e proprie “ideucce”.  

L’oscuramento di lunedí scorso ci ha fatto comprendere che siamo diventati tossicodipendenti da cellulare e il solo pensiero di vivere senza le comunicazioni digitali ci crea ansia e perfino angoscia. Il nostro telefonino é diventato una specie di orsacchiotto di peluche digitale, como afferma il filosofo coreano Byung-Chul Han: afferrati al nostro smartphone che portiamo ovunque,  affidiamo le nostre percezioni della realtá al piccolo schermo del telefonino, che  diventa cosí l'intermediario tra la realtá e noi.  Perdiamo la percezione della vivacitá della realtá, per sostituirla con la luce incorporea del piccolo schermo del cellulare, che diluisce la presenza vera di ogni cosa.

Insomma, quanti diabolici pensieri ha stimolato l’oscuramento digitale: non me la sento piú di continuare e adesso, che mi sono sfogato, torno al mio telefonino per vedere se é entrato qualche nuovo messaggio.