La sciagura di Monongah, piccolo centro nel West Virginia, e’ rimasta pressoche’ ignorata per oltre un secolo, nota solo ai parenti delle vittime. Poi noi di ‘Gente d’Italia, sulla base di una semplice indicazione, abbiamo cominciato a investigare facendo di quella tragedia il tema di una ricerca storico-giornalistica che consenti’ di dare il giusto risalto a una sciagura mineraria che determino’ il maggior numero di vittime italiane, piu’ ancora di quella belga di Marcinelle (8 agosto 1956, 262 vittime di cui 136 italiane).

Alle 10,25 del 6 dicembre nelle miniere di carbone numero 6 e 8 della compagnia Fairmont Coal Company vi fu una serie di potenti esplosioni causate dal gas. In pochi minuti centinaia di minatori vennero travolti, schiacciati nel crollo dei tunnel, bruciati dalle fiamme, soffocati dal fumo. Non ci furono superstiti: questa e’ l’unica cosa certa, mentre, a distanza di un secolo, non e’ ancora possibile stabilire il numero esatto delle vittime. Dapprima si parlo’ di 361, poi di oltre 500; di 620 (un addetto alle sepolture del Municipio di Monongah), e, addirittura, di 956 (un giornale del 9 marzo 1908).

Le esplosioni furono causate da un accumulo di gas: il giorno precedente le miniere erano rimaste chiuse e per risparmiare energia furono spenti gli aeratori. Questo, secondo alcuni ricercatori, avrebbe determinato l’accumulo di gas alla base dell’esplosione. Quella mattina, secondo documenti della compagnia mineraria, sarebbero entrati nelle miniere 478 minatori e 100 addetti ad attivita’ accessorie. La paga non era legata alle ore effettivamente lavorate, ma alla quantita’ di carbone portato in superficie.

 

Una tragedia lontana nel tempo avrà stemperato l’orrore delle grida del momento, la paura, i contorni dei volti, il ricordo dei nomi dei travolti. Non avrà però stinto il dolore delle famiglie, rimaste senza figlio, padre, marito, fratello, dolore tramandato di generazione in generazione. Non avrà sciupato il significato di tragedia sul lavoro. Monongah nel tempo è importante. È importante oggi perché è un punto di sacrificio altissimo che ci ha portati a condizioni di lavoro sicure, almeno sicure nell’obbligo della norma.

Il 6 dicembre 1907, centinaia di nostri connazionali, per lo più giovanissimi, partivano da Duronia, Frosolone, Torella del Sannio, Fossalto, Bagnoli del Trigno, Pietracatella e Vastogirardi…Ben 87 venivano dal Molise, poi dalla Calabria, dall’Abruzzo e dalla Campania. Ce lo raccontano le lapidi. Scritte in italiano, piene di errori, piene di disperazione: “A riposo di Cosimo Meo del fu Donato e di Filomena Paolucci, morto di 20 anno nel disastro di Monongah nella miniera N 8, nato ha Frosolone di Campobasso lascia sua madre”.

Gente povera, semianalfabeta, sfruttata. Solo l’anno precedente erano arrivati ad Ellis Island, la porta d’ingresso per l’America, piú di 300mila emigranti dall’Italia. Dalla baia di New York li portavano in West Virginia per soddisfare il bisogno di carbone e legname del boom industriale americano. La compagnia anticipava i 15 dollari del viaggio, che poi avrebbe trattenuto dalle paghe settimanali. 

Li portavano in condizioni difficilissime e disperate, come i migranti oggi sui barconi al largo di Lampedusa. Coltivavano lo stesso sogno drammatico di sfuggire alla miseria. Un secolo fa un viaggio verso la terra promessa, l’America, che ben presto si dimostrò essere non meno dura e difficile di quella natia.

A quel sogno di futuro migliore, il West Virginia rispose ai nostri giovani italiani con la miniera. Chi tra noi ha avuto un nonno, uno zio, minatore in Europa o nel resto del mondo, ha sentito che non c’è lavoro peggiore del minatore: scendere senza alcuna tutela per la propria incolumità nel cuore della terra, dove non c’è né aria salubre né luce.  La miniera ti segna, come ti segna la guerra.

Monongah è stato questo, l’esplosione improvvisa di un disastro rimasto nascosto per troppi anni, il cui recupero storico, di memoria collettiva, è nostro dovere ancora oggi, a distanza di tanto tempo, politico, civico e morale. Ce lo impongono i numeri di quello scempio umano: le cifre ufficiali parlano di 361 vittime, di cui 171 italiani, ma le cifre ufficiose, accreditate da molti studiosi, arrivano a parlare di un orrore ben più vasto.

La tragedia di Monongah a 114 anni di distanza deve farci riflettere sulla necessità di  vedere sempre assicurate, anche nei mestieri più duri, dignità e sicurezza che mai devono essere barattate con il bisogno di lavorare. Questo, in particolare, lo dobbiamo agli ultimi, agli stranieri che vengono da noi a trovare lavoro, a chi non ha mezzi, a chi si lascia guidare dalla disperazione.

Ricordiamo Monongah per ricordare ancora una volta tutte le tragedie che hanno colpito gli emigranti italiani nel mondo l’altra Italia andata via con la speranza nel cuore di tornare un giorno con quella sicurezza economica che il nostro Paese non offriva.

Oltre il fiume West Fork, sui cui lati stavano le due gallerie della miniera, c’é la cittá vecchia, da allora non si é mai ripresa. Il ponte é dedicato a padre Briggs, sopra ci sono gli striscioni della regione Molise, scritti in due lingue. Accanto all’ufficio del sindaco e dello sceriffo, di fronte Blumberg building del 1911, dove oggi c’é il “Dark Side Karaoke”, c’é la statua dell'”Eroina di Monongah”, una donna con il fazzoletto in testa, un figlio in braccio e l’altro per mano: “In memoria delle mogli vedove e della madri delle vittime della miniera”.

Una tragedia dimenticata. Ma che Gente ha saputo strappare all’oblio dei tempi riproponendola ai propri lettori, fino a ridestare in loro l’orgoglio antico delle comuni radici. L’inchiesta, nel novembre del 2003, fu elogiata (e premiata) dall’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. E sembra quasi una staffetta simbolica quella di pochi anni fa, con il Presidente Mattarella che come Ciampi ha premiato ancora una volta “La Gente” per il suo incredibile lavoro: informare.

A chi non è tornato, oggi alle centinaia di vittime di Monongah, il nostro pensiero più commosso.

Ecco come abbiamo scoperto la piú grande tragedia italiana all’estero…

di Mimmo Porpiglia 

Una storia incredibile cominciata in una fredda sera d’inverno a New York. A proposito di italiani in America… pare ci sia un paese, qui negli Stati Uniti, dove in una sciagura mineraria sarebbero morti più di 500 italiani… Il posto si chiama Mironga, Manonghi, non ricordo… È una storia incredibile” mi diceva quel signore italoamericano, mentre aspettavamo hamburger e patatine in un piccolo ristorante di Manhattan. Una storia che, all’inizio, poteva sembrare una leggenda ma che si è rivelata nella sua inimmaginabile tragicità: quel paese dal nome strano esiste davvero, è Monongah, in West Virginia, ed anche quei minatori morti ci sono stati davvero. Per arrivare a scoprire questa verità, abbiamo lavorato per mesi. Il signore italoamericano infatti non sapeva dirmi nulla di più. Le sue erano informazioni vaghe, a partire dal nome del paese di questa ipotetica tragedia. Una storia che mi lasciava allibito, una tragedia più grande di quella di Marcinelle in Belgio, eppure non se ne è mai saputo niente. Così, mentre guidavo in direzione “aeroporto Kennedy”, la mia mente era occupata da quei “500 morti italiani”. Sentivo di dover verificare quel racconto e così, appena rientrato a Miami ho cominciato a cercare e scavare nel passato, tra mille difficoltà”. 

Per prima cosa, ho affidato l’incarico di avviare delle ricerche su Internet alle mie due figlie, Margareth e Francesca e a due miei redattori. Dopo sei ore di “navigazione”, poche righe vengono fuori utilizzando le parole chiave “miniera – americano – disastro”. Si riesce a risalire al nome esatto del paese, Monongah, e a sapere che dista 185 miglia da Washington e che oggi ci abitano circa 445 famiglie, per un totale di 1018 persone distribuite su un’area di 1227 chilometri quadrati. Anche della tragedia c’è qualche traccia in Internet: in 19 righe è racchiusa la morte di 361 emigranti, rimasti sepolti nella miniera, la storia di 250 vedove e oltre 1000 orfani. Quanto basta per decidere di andare fino in fondo. Dopo pochi giorni, quattro cronisti di Gente d’Italia con alla testa mia figlia Margareth, partono per Monongah. Il paese è sperduto tra le montagne, non ci arrivano i treni e neppure altri mezzi pubblici di trasporto. Io sistemo alcune cose, poi li raggiungo. Un viaggio che apparve subito “infinito”. 

Chilometri e chilometri di curve, strade difficilmente percorribili. Neve, vento, poi finalmente l’arrivo in un villaggio, a quindici chilometri da Monongah, dove c’era un albergo. L’unico. Nella sala bar una cameriera serve ai tavoli. Consumiamo una cena frugale. Mia figlia e gli altri cronisti, tra cui un operatore TV vanno a risposare. Io resto al bar. È l’ora in cui uomini e donne arrivano per bere una birra. Uomini in particolare. Con la fatica scolpita sul volto, le braccia muscolose. Sono minatori. Chiedo: “Qualcuno di voi sa qualcosa dell’esplosione di Monongah?”. “Ma tu perché vuoi andare a Monongah?”, dice un ragazzone dai capelli neri e lunghi, baffetti alla Arsenio Lupin. Gli spiego che sono un giornalista italiano che ha saputo per caso della tragedia. Smettono di bere, gli altri. E si avvicinano al bar. Da quel momento comincia il racconto dei minatori. Ognuno ha in famiglia almeno una persona morta in quella sciagura. Chiedo loro di poter vedere la miniera. Subito. Non importa se è notte. Non importa se nevica. “Ok, andiamo…”. Partiamo in nove, con due auto. Trenta e più interminabili minuti, in un silenzio religioso, poi, ci fermiamo in mezzo ad un prato. Alla mia destra una collinetta, no, è una grotta, un ingresso. 

LUOGO SPETTRALE – I fari illuminano detriti, rami secchi e quel che resta di un edificio completamente abbandonato, sventrato in più punti. Mucchi di suppellettili arrugginite tra neve e terreno, un pezzo di elica, no, è una ventola enorme attaccata ad un qualcosa che sembra il motore di un aereo. Vorrei entrare nella miniera. Impossibile non si può. Raffiche di vento gelido coprono un sordo rumore di acque in movimento. Il cielo è nero e nuvoloso. Penso, immagino i minatori mentre entrano in quella specie di spelonca… i bambini… Quando si scendeva in miniera, a quel tempo, si era accompagnati quasi sempre da un amico e spesso parente “non censito”, cioè clandestino, in modo da ottenere un maggiore riconoscimento economico per il maggiore lavoro svolto in compagnia. Allora il diritto a un pezzo di pane si misurava sulla quantità dei pezzi di pietra sventrati. Più picconate, più carbone, più cibo. E per questo i padri si trascinavano i figli minorenni laggiù. E per questo è ragionevole calcolare che i morti siano stati, in realtà, tre volte tanti. Rientro in albergo quasi in stato confusionale. Penso alla tragedia, ma anche allo “scoop”. 

Mi rendo conto che si tratta di una storia enorme, che verrà certamente ripresa da tutta la stampa, nazionale e internazionale. Dormo poche ore. Alle sette del mattino siamo già in auto, con Margareth e l’operatore Tv: destinazione Monongah. Gli altri vanno in comune, a consultare gli archivi, alla redazione del giornale locale. A Monongah non c’è un albergo né un ristorante e i treni non passano. Solo vecchie case di legno, ma con il tricolore ai balconi. Giriamo senza una meta fissa, cercando un qualcosa che ci faccia arrivare alla miniera abbandonata e finalmente veniamo “notati” da una pattuglia della polizia. A destare “sospetto” è la targa che viene da lontano. Spiego agli agenti chi siamo e la natura del nostro viaggio. E loro dopo qualche frase gracchiata alla radio di bordo ci scortano fin davanti al cartello su cui è scritto a caratteri cubitali Monongah. Un paesaggio da brividi ed un silenzio spettrale. Poche auto, pochissimi negozi, nessun essere umano. 

PADRE BRIGGS – Cerchiamo una chiesa, perché una chiesa dovrà pur esserci nel villaggio. Eccola, è una vecchia costruzione di legno e mattoni neri, con una grande croce sul tetto e un prete paffuto e simpatico. Che mi suggerisce di andare subito a parlare con un certo Padre Briggs: “Lui sa tutto della tragedia”. Padre Briggs è un uomo piccolo, magrissimo, con gli occhiali. Ci accoglie in una stanzetta di una casa d’accoglienza per anziani da lui realizzata. E a bruciapelo mi dice: “Se sei italiano devi darmi una mano. Nello scoppio della miniera di Monongah sono morte più di 900 persone. Ma noi dobbiamo fare erigere un monumento alle donne, le vere eroine. Ma prima di raccontare questa immane tragedia devi andare sul posto. Devi vedere con i tuoi occhi”. Ritorno alla miniera abbandonata. Macerie, soltanto macerie. Il tempo si è fermato in quel luogo. E Monongah si è fermata con quella esplosione. Tornando in albergo la sala è affollata di gente. Sono minatori, con le loro famiglie. Un sindacalista prende la parola. “Perché non è mai venuto nessuno qui a ricordare i morti italiani? Anche gli africani hanno deposto la loro lapide”. Quella gente condannata alla rimozione chiede un riconoscimento e, non avendo più giustizia da rivendicare, chiede il riscatto di quelle radici italiane che sono nel sangue della gente di Monongah. Seguito da quella carovana che chiede solo pietà per quei morti, vado dal sindaco, una donna di origini lucane che ha perso il padre in quello sciagurato 6 dicembre 1907. “Scrivi, fai in modo che questa sciagura tutta italiana torni alla memoria. Coinvolgi i politici, che vangano a sistemate i nostri morti”. Vi prometto che porterò qui il nostro capo dello Stato. Una promessa grossa. Una promessa di un italiano che in quel momento si unisce al dolore della sua gente. Padre Briggs aspetta l’equipe per condurci al cimitero. 

“I morti sarebbero stati un migliaio, 960 per la precisione, prevalentemente italiani e poi polacchi, turchi, irlandesi”, giura. Ma dove stavano i cadaveri, dove le lapidi? Il cimitero di Monongah è un pezzo di terra su una piccola collina circondata da vecchie case. Con qualche lapide. “Sono sepolti qui, tutti qui, è un immenso ossario. Perché oltre ai nomi di quelli conosciuti”, spiega Padre Briggs, “ci sono chissà quanti cadaveri di ragazzi”. Un’enorme fossa comune e qualche rara lapide deposta dalle famiglie. Con un grande albero che veglia. La valle della morte di Monongah oggi è circondata da case. Vita e morte si mescolano nel silenzio e nell’isolamento di Monongah. “Qui accanto c’era una donna, quella donna meriterebbe un monumento”. Padre Briggs mi fa vedere una montagna di carbone. “L’ha fatta lei quella montagna. Al momento dell’esplosione le sue urla furono disumane. Si strappò tutti i capelli. Aveva perso tutto in quel disastro. La sua famiglia, la sua vita. E fino al suo ultimo respiro ha depositato palate di carbone nel giardino della sua casa nella speranza di ritrovare i corpi di suo marito e dei suoi figli”. La solitudine, la desolazione delle donne di Monongah sono il simbolo di quella sciagura. Intanto la gente del villaggio, come in un pellegrinaggio, continua a raggiungere l’albergo. Consegnandomi in prestito ciò che possiedono di quella storia, di quel dolore collettivo che era nel volto di quella donna, Caterina Davia, che spalando carbone non aveva più lacrime. Perché a Monongah è stato negato anche il diritto di piangere. 

LE RICERCHE – Intanto comincia una ricerca frenetica. I cronisti e gli inviati di Gente d’Italia consultano archivi, giornali dell’epoca e le indagini si spingono fino a Washington e Philadelphia. Si mettono insieme i pezzi del puzzle e la storia tragica di Monongah inizia a mostrare contorni più chiari. La mattina del 6 dicembre 1907, giorno di San Nicola, 478 minatori e 100 uomini addetti ad attività accessorie entrano nei pozzi 6 e 8 della miniera di carbone. Dopo l’esplosione, si parlò di 361 morti e nessun superstite ma le ipotesi sul reale numero delle vittime, in assenza di riscontri certi, sono legate allo studio dei cimiteri locali: il numero dei deceduti arriverebbe così a 500, ma non è ancora il bilancio finale: secondo una corrispondenza da Washington, datata 9 marzo 1908, i morti sarebbero stati 956. Si tratta della “più grande sciagura della storia mineraria statunitense”. I morti italiani ufficialmente sono 171, ma in realtà sarebbero molti di più. La maggior parte era originaria della Campania, del Molise, dell’Abruzzo e della Calabria. Una parte dei corpi recuperati riposano sulla collinetta decimitero di Monongah. Dimenticati per quasi un secolo, a Muhnahn-guh, che nella lingua degli indiani Seneca significa “fiume dalle acque ondulate”. 

Degli attimi che seguirono quella tragedia restano moltissime fotografie, in bianconero o in un tenero seppia, scattate da fotografi che, immediatamente, le trasformarono in cartoline molto richieste che invasero l’America del disinganno. Oltre 90 anni per riportare a galla una tragedia di immani proporzioni. Un disastro causato dai proprietari della miniera, la Fairmont Coal Company, che non avevano attivato l’impianto di aerazione, c’era dunque tutto l’interesse ad insabbiare l’accaduto. Il tempo dell’oblio per le vittime di Monongah sta però per scadere. Il 14 novembre del 2003, i sindaci dei comuni italiani dai quali partirono i minatori e un inviato del Vaticano sono venuti con noi nella cittadina, per piantare una croce nel cimitero in memoria di quei morti senza nome. E qui mi corre l’obbligo di ringraziare le tre persone che hanno avuto un peso determinante nel far conoscere al mondo la tragedia di Monongah: il senatore Mario Baccini, sottosegretario agli esteri del governo di allora, l’ambasciatore Sergio Vento, capo della nostra diplomazia negli Usa, ed il collega Paolo Peluffo, direttore del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, a quel tempo portavoce del presidente della repubblica Ciampi e capo dell’ufficio stampa del Quirinale. Fu grazie ai loro buoni uffici che riuscimmo ad organizzare l’incontro verità su Monongah, che stava “saltando” perché poche ore prima, a Nassiriya, 12 carabinieri, 4 soldati e numerosi civili persero la vita per un attacco kamikaze contro la nostra postazione. 

CANISTRO – Ciampi rimase profondamente colpito dalla sciagura e da allora è cominciata un’altra e più difficile ricerca nella quale abbiamo coinvolto una lunga serie di collaboratori. Sono andati in giro per l’Italia, nei paesi dai quali partirono i minatori di Monongah. Ed hanno scritto pagine e pagine. Storie amare di contadini sradicati dalla terra, poveri, in gran parte uomini e adulti. Storie alle quali tutti noi stiamo ancora lavorando, affinché le inchieste e le ricostruzioni promosse dai giornalisti di Gente d’Italia rimettano anche i numeri, oltre che i nomi, al loro posto tenero e agghiacciante. Stiamo ancora lavorando con Susy Leonardis, instancabile, tenace napoletana del New Jersey, la vera ispiratrice della riscoperta di Monongah. Fu lei a parlarne all’italo-americano che non aveva capito l’entità della tragedia. E stiamo ancora operando con Joseph Tropea il professore emerito della George Washington University, che continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. È stato soprattutto merito suo se siamo riusciti a contattare in Italia, figli e nipoti di quei poveri disgraziati. Ed è merito di tutti gli abitanti di Monongah, che ci sono stati vicino fin dal primo giorno e che ci hanno aiutato mettendoci a disposizione documenti, foto, libri, se questa triste storia è ritornata alla luce. Merito di quel grande sacerdote che è stato Padre Briggs. Ho ringraziato a suo tempo e ringrazio ancora il presidente Ciampi che ci ha voluto premiare per il nostro impegno e ringrazio ancora il Governatore del West Virginia, J Mancin e il Consiglio Comunale di Canistro per avermi concesso la cittadinanza onoraria e l’allora vice ministro degli esteri Franco Danieli per aver promesso e poi attuato, senza esitazione, di onorare in nome dello Stato italiano quei poveri resti di Monongah. E per ultimo, in ordine di tempo, il presidente Mattarella per averci premiato pochi anni fa qui a Montevideo con nquesta motivazione:  «Sono lietissimo di consegnare questo simbolo per ringraziare del grande contributo che la testata Gente d’Italia fornisce al rapporto affettivo, culturale di conoscenza economica di collegamento con l’Italia, è un lavoro, un’opera di grande importanza per due ragioni, primo perché la stampa è un elemento fondamentale della libertà, della democrazia e chi collabora a un giornale conferisce a tutta la collettività un grande contributo che rassicura, che garantisce la circolazione delle idee, garantisce la conoscenza degli avvenimenti, consente che si svolga un giudizio e quindi garantisce il sostegno la libertà e la democrazia, e in secondo luogo perché questo lavoro viene svolto per tenere il collegamento intensamente alto con l’Italia. Di questo ringrazio molto il direttore Mimmo Porpiglia e tutto il corpo redazionale che vi lavora. Grazie molto per quello che fate. Auguri».