A molti questo titolo potrà sembrare un racconto di narrativa. Non lo è. Questo è un articolo di denuncia. La protagonista della nostra storia è Adelina Sejdini, una donna sequestrata dalla mafia albanese e costretta con la bruta violenza a prostituirsi in Italia. Una di quelle vittime “invisibili” che non interessano a nessuno. Lei invece col tempo si fa notare e diventa le punta di diamante della lotta al traffico di esseri umani. È arrivata nel nostro Paese venticinque anni fa. Aveva ventuno anni. Ha attraversato l’Adriatico su un gommone. Come lei stessa ha raccontato, per molte settimane ha subito ripetute violenze sessuali prima di essere iniziata alla prostituzione forzata dalla mafia albanese. È stata una delle tante schiave costrette a prostituirsi pena la propria morte o quella dei propri familiari in terra d’Albania. Una vita d’inferno fino a quando Adelina decide di collaborare con lo Stato italiano portando all’arresto di oltre quaranta trafficanti di esseri umani.

Da quel momento Adelina diventa un’icona della lotta alle mafie in Italia. Ha collaborato con le forze di polizia e con la magistratura ed è stata l’emblema di tantissime campagne di sensibilizzazione. È stata audita più volte nelle varie commissioni parlamentari fino a pochi mesi fa. La sua testimonianza ha consentito di comprendere il modus operandi della mafia albanese che gestisce una gran parte del traffico di esseri umani e della prostituzione di strada in Italia. Uno sgarro imperdonabile che ha procurato in quel frangente ai clan albanesi danni economici per almeno sei miliardi di euro. Adelina si è suicidata pochi giorni fa, dopo essere stata abbandonata proprio dal Paese che l’aveva convinta a denunciare. Si è tolta la vita poco più di un mese fa. Alcuni giorni prima aveva provato a darsi fuoco di fronte al Ministero dell’Interno come ultima protesta per lo stato disperato in cui si trovava e da cui le era impossibile venir fuori. Si trovava da anni in un limbo legale che però le rendeva la vita impossibile. Diremmo con una metafora, “né carne e né pesce”.

Una vittima di mafia può morire due volte: per il piombo, ma anche per l’oblio dello Stato. Lei ha creduto nelle istituzioni italiane ma queste l’hanno dimenticata proprio nel momento in cui aveva bisogno di mantenere in regola i suoi documenti per continuare a rimanere nel nostro Paese. Nonostante il suo impegno coraggioso e continuo nella società civile italiana, Adelina “non ha meritato” la cittadinanza italiana. Viveva in Italia da vent’anni con un permesso di soggiorno per motivi umanitari perché vittima della tratta di esseri umani. Questo permesso le è scaduto ad aprile del 2021 e ha aspettato fiduciosa il suo rinnovo. Verso una persona che si è impegnata in prima linea combattendo a viso aperto la feroce mafia albanese quale è stato l’impegno delle nostri Istituzioni? I fatti dicono che è stata abbandonata al suo destino! Quello Stato che l’aveva convinta a denunciare, promettendole massima protezione, oggi l’ha lasciata alla deriva.

Tutti i suoi disperati appelli sono caduti nel vuoto. Era malata di cancro, viveva in un alloggio datole dalla curia vescovile di Pavia, ma doveva viaggiare regolarmente tra Pavia e Milano per assicurarsi cure che non poteva permettersi. Lo Stato in queste circostanze dov’è? Problemi anche per il rinnovo del permesso di soggiorno. L’Italia era la sua unica ancóra di salvezza non potendo ritornare in Albania dove avrebbe sicuramente subìto la vendetta dei mafiosi che aveva contribuito a mandare in carcere. Perché allora non concederle la cittadinanza italiana? Ci sono tanti italiani indegni di possedere la cittadinanza, perché a lei che ha dimostrato con i fatti di meritarsela non le è stata data? Qualcuno dovrà pur rispondere a queste domande. Con la nostra cittadinanza Adelina avrebbe potuto avere una casa popolare, sostegni economici, la pensione e l’accompagnamento come disabile.

Quanti sono gli abusivi che occupano case popolari in Italia? A chi viola la legge lasciamo la casa mentre a chi la rispetta no? Questi sono segnali molto molto gravi e pericolosi anche per il futuro della lotta alle mafie. Dopo tante delusioni e tanti abbandoni da parte delle istituzioni arriva la soluzione a tutti i mali: la morte. Un epilogo questo che spero pesi sulle coscienze di tanti perché fino a quando chi denuncia sarà abbandonato al suo destino non sconfiggeremo mai la delinquenza e in particolar modo le nuove mafie.

VINCENZO MUSACCHIO