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di Lucio Fero

Tra color che sanno (almeno un po’ come stanno le cose) e tra color che almeno un po’ le cose le fanno davvero si consolida una preoccupazione, che chiamarla preoccupazione è volerle bene. La preoccupazione è che non ci siano nella realtà professionalità e professionisti, lavoratori specializzati e competenze, uffici e amministrazioni pubbliche in grado davvero di spendere circa 200 miliardi in cinque anni. Là dove per spendere si intende farne di quei miliardi scuole, ferrovie, impianti energetici, digitalizzazione, rete sanitaria, depuratori, ciclo rifiuti, tecnologi produttive applicate.

La macchina amministrativa pubblica non è al momento in grado e storicamente ha smesso e rinunciato da tempo ad esserlo. Ma anche i comparti produttivi e le strutture professionali hanno cominciato a pagare il loro dazio a difetti e carenze del percorso formativo di scuola e Università. E anche la disponibilità di forza lavoro paga pesante pegno alle storture del nostro mercato del lavoro. Insomma per dirla tutta e brutta: c’è carenza in ogni luogo di gente capace, capace di spendere per costruire cose che prima non c’erano.

L’ultimo calcolo disponibile dice che il 54 per cento della spesa pubblica (510 mld) va in welfare e assistenza. Insomma nella distribuzione di soldi pubblici non siamo secondi a nessuno, questo sì lo sappiamo fare. E l’ultima osservazione dei vari campi politici vede una sostanziale comunanza: la riproposizione di bonus poi bonus e ancora bonus sotto ogni forma. Insomma la conferma di una vocazione: quella di spendere per spartire e non per costruire. Il piano inclinato per arrivare a mangiarceli i miliardi che arrivano (fino a che arrivano) c’è si vede. Partiti, sindacati, associazioni, corporazioni, categorie e territori son tutti lì, sul piano inclinato, per cultura e istinto. Mangiarceli quei miliardi, non c’è dubbio pasto ricco mi ci ficco. Peccato stavolta sarebbe davvero l’ultima abbuffata.