Gas (foto Depositphotos)

di Giuseppe Colombo

Gli aumenti delle bollette della luce e del gas che scatteranno dal primo gennaio sarebbero stati ancora più imponenti se il Governo non fosse intervenuto. Mario Draghi è stato il primo a riconoscere che i 3,8 miliardi stanziati con la legge di bilancio potranno attenuare solo in parte il colpo delle tariffe record che dureranno fino alla fine di marzo. Ma quando lo scenario reale dice che l’elettricità costerà il 55% in più e il gas sarà maggiorato del 41,8% è evidente che il colpo di frusta non è solo nella differenza esigua con lo scenario avverso, quello che si sarebbe verificato in assenza di misure (+65% per la luce, +59,2% per il gas). È nel valore assoluto di quello che accadrà tra due giorni. È nei 610 euro in più all’anno che una famiglia dovrà tirare fuori rispetto a dodici mesi fa per pagare le bollette del gas, mentre per quelle della luce l’esborso sarà più alto di 334 euro.

I numeri del primo trimestre dell’anno prossimo dicono di un trend ancora in crescita. A giugno, infatti, le tariffe dell’elettricità avevano registrato un incremento del 9,9% e quelle del gas si erano alzate del 15,3 per cento. Poi, a ottobre, il balzo rispettivamente del 29,8% e del 14,4 per cento. Ora è vero che si è passati dall’estate all’inverno e il periodo gennaio-marzo rappresenta il picco dei consumi perché fa freddo e si sta più tempo in casa, ma intanto il dato di realtà è quel “malgrado” che l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente utilizza per presentare i dettagli del conto che le famiglie dovranno pagare. È il “malgrado” riferito ai soldi messi sul piatto dal Governo. Alleggeriranno l’impatto su nove milioni di famiglie e sei milioni di microimprese, ma l’effetto cuscinetto sarà molto contenuto perché le cause dei nuovi rincari record – la fiammata dei prezzi dei prodotti energetici all’ingrosso e quella dei permessi di emissione di CO2 – hanno tutta un’altra forza, sono tutta un’altra storia.

Ora la questione che va innestata sull’analisi a caldo della stangata di Capodanno è se e per quanto tempo può reggere la strategia del Governo. In molti, da Matteo Salvini a Confindustria, la criticano e la ritengono insufficiente. Anche gli altri partiti di maggioranza, tutti, chiedono nuovi interventi. E anche quelli che hanno in mano le carte, cioè Draghi e il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ritengono che sia arrivato il momento di passare dagli interventi tampone a misure strutturali. Il premier ha parlato della necessità di tassare i produttori che stanno facendo “profitti fantastici”, Cingolani sta studiando diversi scenari, presto farà un punto con lo stesso premier, ma ha già lanciato alcune idee come la necessità di aumentare la produzione di gas nazionale attraverso i giacimenti già aperti.

Tolti i dibattiti più suggestivi, doverosi, ma ridotti a slogan, come quello sul nucleare pulito, le proposte di Draghi e di Cingolani guardano effettivamente a un cambio di passo. Necessario anche perché non si può continuare a riversare soldi pubblici a un ritmo così incessante (circa 8 miliardi da giugno a dicembre). Ma queste idee hanno bisogno di tempi lunghi e di condizioni favorevoli perché tirare fuori più gas dai pozzi italiani significa attivare processi che richiedono tempo, insomma tutto potrebbe essere pronto non prima di un anno e mezzo. Tra l’altro è tutta da costruire la capacità, ancora prima la possibilità, di estrazioni più corpose. Nella consapevolezza che oltre non si può andare perché riaprire la perforazione nell’Adriatico porterebbe anche fino a 7 miliardi di metri cubi in più di gas, ma se anni fa fu osteggiata paventando il rischio di mettere Venezia sott’acqua, figuriamoci oggi che l’Europa sta puntando tutto sul marchio green della transizione industriale. E le condizioni favorevoli riguardano anche il tetto agli incassi dei produttori: intervenire significa toccare il tema assai sensibile delle rinnovabili, oltre alla necessità di muoversi in una dimensione europea, lì dove però questa dimensione non ha una forma, figuriamoci un cronoprogramma puntuale e dettagliato su come contenere i prezzi dell’energia.

Ora se il salto è complesso e ancora molto vago nelle idee del Governo, è anche evidente che la strategia del contenimento, fallata per il prossimo trimestre, non può reggere ancora a lungo. Non è solo la resistenza del potere d’acquisto delle famiglie, meglio dei soldi che devono mettere da parte per pagare le bollette, ma anche quella delle imprese. Gli otto miliardi stanziati fino ad ora sono andati prevalentemente alle famiglie e in piccolissima parte alle piccole attività come la bottega di un artigiano o il bar di dimensioni ridotte. Ma la sofferenza che sta intaccando le attività produttive è molto più ampia e se le big possono resistere avendo più soldi in cassa e una capacità maggiore nell’affrontare i rincari, le medio-piccole camminano sul bordo scivoloso del lockdown energetico. Tra l’altro piccole e grandi fanno parte di una filiera e se una delle due estremità vacilla allora gli effetti arrivano fino alle realtà più grandi. Ancora, a complicare il quadro, è la trasversalità dell’impatto. I settori energivori sono tanti. In ballo ci sono l’ammoniaca e le piastrelle, ma anche la moda, la seconda manifattura del Paese che ha nella pancia 50mila imprese e 400mila lavoratori.

Il rischio è nei tempi delle risposte che vanno trovate. Ma ci sono anche i fattori strutturali, quelli legati agli aspetti geopolitici, al Nord Stream 2 e a tutte le partite che si stanno giocando tra l’Europa e la Russia, con l’Italia che quest’anno ha consumato 70 miliardi di metri cubi di gas e però poco, molto poco, prodotto in casa, e tanto, tantissimo, importato attraverso i cinque punti di arrivo, soprattutto dal canale che arriva dalla Russia. Se più di qualcuno ha visto un nuovo piano Marshall nel Gnl (gas naturale liquefatto) trasportato dalle navi americane in viaggio verso l’Europa, e non più in direzione Asia, è perché la dipendenza dai russi sta crescendo ed è destinata ad aumentare. L’Italia, in questo discorso, è tra i Paesi più interessati perché gli altri punti di approdo del gas sono alquanto complessi. Lo spiega a Huffpost Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle risorse energetiche all’università di Torino e tra i massimi esperti di energia in Italia: “L’Algeria è condannata ad avere meno gas per l’export, l’affidabilità di quello libico è altalenante, per quanto riguarda il Mare del Nord siamo tutti invitati a Groningen per il funerale del giacimento”. C’è anche il Tap, il gasdotto che porta il gas dall’Azerbaijan alla Puglia, ma non basta il flusso, pur importante, che copre il 10% dei consumi, a raddrizzare il quadro delle forniture nazionali.

Soprattutto c’è un fattore che indebolisce la convinzione, che è anche speranza, del Governo nel ritenere che passato il peggio, cioè scavallato l’inverno, la situazione andrà migliorando. Questo fattore si chiama mercato, quello dove si decidono i prezzi all’ingrosso. Il grafico riportato di seguito riguarda la piazza di Amsterdam, punto di riferimento per quello del gas. Il 31 dicembre di un anno fa era pari a circa 18 euro. Il 21 dicembre di quest’anno ha superato quota 180 euro.

Poi la curva è iniziata a scendere, i prezzi si stanno raffreddando, ma i futures, cioè le previsioni per i prossimi mesi, non promettono nulla di buono. Tutt’altro. A ottobre, quando il prezzo per megawattora ha superato gli 80 euro, le previsioni per marzo 2022 dicevano 45 euro, più o meno la metà. Insomma c’è stata una fase in cui il mercato ha ritenuto che doveva passare l’inverno e tutto sarebbe ritornato tranquillo. Oggi il prezzo è a 87 euro, ma il future per marzo è a 77 euro, solo dieci euro in meno. In pratica il mercato sta dicendo che la perturbazione continuerà anche il prossimo anno, che questa estate non avremo abbastanza stoccaggi per poter stare tranquilli il prossimo inverno. I prezzi non saranno così alti come quelli registrati durante questo inverno, ma comunque saranno elevati. L’hanno detto anche alcuni operatori inglesi del settore ai media americani. C’è da crederci o comunque da preoccuparsi.