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Osservatorio italiano di Anonimo Napoletano

La direzione nazionale antimafia lo aveva scritto a chiare lettere nell’ultimo rapporto al parlamento italiano: la ‘ndrangheta è diventata la più solida e pericolosa organizzazione criminale in Italia, e dalla natia Calabria ha esteso i suoi traffici in profondità nel ricco Nord del Paese. E le indagini degli investigatori lo stanno dimostrando. L’ultima ha portato alla luce l’egemonia delle famiglie di ‘ndranghetiste di Platì sul traffico di droga in tutta la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. In particolare, cocaina e marijuana. Una organizzazione che non disdegnava le estorsioni e che agiva forte di un arsenale di prim’ordine: esplosivi, Kalashnikov e pistole.

La capacità criminale e l’efferatezza della cosca emergono a tratti crudi dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Pavia Raffaella Moscarino, su richiesta del pm della locale Dda Gianluca Prisco, con la quale sono finite in carcere tredici persone mentre altre sei persone sono state destinatarie di altri provvedimenti cautelari. I promotori dell’organizzazione sarebbero Antonio Barbaro, 53 anni, e il figlio Rocco, 30 anni. Ma partecipavano alla cosca anche le rispettive mogli. Proprio intercettando le conversazioni familiari tra i coniugi, gli investigatori hanno tratto importanti elementi di accusa.

Le indagini, iniziate nella primavera del 2019, hanno permesso di appurare che le donne del clan erano la catena di montaggio della preparazione della droga, e tenevano la contabilità. Si occupavano spesso di prelievo, confezionamento e consegna della droga, ma anche di fare i conti del denaro incassato, mascherando i redditi attraverso la costituzione di aziende di servizi e imprese edili, chiaramente inattive, per occultare il denaro incassato con la droga. 

E quando qualcuno ritardava coi pagamenti, ecco che scattava la forza intimidatrice degli uomini di ‘ndrangheta. “Se mio padre litiga giù, vedi che a te, a mia nonna, a mio suocero, vi scanno tutti. Se sono capace di scannare mio suocero figurati a te cosa faccio”, dice Rocco Barbaro rivolto a Ferdinando Matteo Sanfilippo – complice nel maxi-traffico di droga  e anche lui indagato – che gli doveva dei soldi per una partita di droga. Il 12 dicembre 2019 Rocco Barbaro è andato sotto casa di Sanfilippo e ha iniziato “a suonare il clacson e chiamarlo a gran voce”, e dato che l’uomo non scendeva “perché intimorito, con uno stratagemma è riuscito ad entrare nell’abitazione e lo ha minacciato”, scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare lunga 107 pagine.

Dopo aver poggiato la pistola sul tavolo, il boss dice: “Vedi, non voglio arrivare a questo… ma tu mi stai portando a queste conseguenze… tu non devi rompere le scatole… vedi che ti ammazzo, come ai cani ti ammazzo“. La vicenda è stata poi raccontata dal diretto protagonista alla moglie, ignaro che delle microspie della Guardia di Finanza di Pavia intercettavano la conversazione. Dopo le minacce, “me ne sono andato… sua moglie accucciata sul divano… lui tremava con le lacrime agli occhi”, racconta Rocco Barbaro alla moglie.

Anche il padre, Antonio Barbaro, aveva minacciato il complice: “Gli taglio le corna fino a stasera, siamo rimasti solo in questo modo… – aveva detto il boss pochi giorni dopo il blitz del figlio, non sapendo di essere intercettato – che fino a stasera gli taglio le corna e basta, questo mi ha messo nei casini in tutti i modi, con il passare del tempo erano quattro ora sono arrivati a dieci e voi non state facendo niente, gli ho detto rendetevi conto che se io avrò problemi per questo fatto qua vengo e vi ammazzo, quanti siete cinque o sei, vengo e vi ammazzo a tutti e sei, vedi che lo faccio gli ho detto… io questo lo ammazzo, ha detto ammazzatemi”. 

Del resto Antonio Barbaro sarebbe stato il “promotore ed organizzatore” dell’organizzazione, colui il quale prendeva “in autonomia decisioni operative” e dava al gruppo “ordini e disposizioni” per mandare avanti il traffico di droga. Era lui a “mantenere i rapporti con le principali fonti di approvvigionamento di cocaina e marijuana, che acquistava in quantitativi anche del peso di 9,5 kg”. Era sempre lui a “determinare il prezzo della sostanza nel gestire le somme di denaro provento dall’attività illecita, che in parte reinvestiva nell’acquisto di altro stupefacente ed armi”. Insieme al figlio Rocco, anche lui ai vertici dell’associazione a delinquere, “custodiva lo stupefacente in siti sicuri”. Anche Rocco aveva un ruolo chiave: “Principale referente del padre Antonio – scrive il gip Moscarino – aveva poteri decisionali con riferimento alle quantità di stupefacente da acquistare al prezzo di rivendita. Era incaricato anche di riscuotere i debiti e fare consegne di quantitativi non inferiori a 100 grammi”.

La presenza massiccia della ‘ndrangheta nel Nord-Italia non è una novità, ormai. Pochi mesi fa, ottobre 2021, un personaggio di calibro è stato ucciso con una esecuzione di puro stampo mafioso a Buccinasco, centro alle porte di Milano chiamato ormai “la Platì del Nord”. Nel mirino di due killer è finito il sessantenne calabrese Paolo Salvaggio, detto “Dum Dum”, uno dei maggiori broker di cocaina dell’Italia settentrionale. A distanza di oltre tre mesi, sul delitto non si è ancora fatta luce, come spesso accade quando dietro ai fatti di sangue c’è la mano invisibile del crimine organizzato.