L’Osservatorio Italiano di Anonimo Napoletano

La denuncia dei magistrati: mancano giudici e cancellieri, mentre aumentano i procedimenti. Si rischia il blocco totale. Le mani della camorra anche su Pnrr e forniture Covid. Record di baby-delinquenti.

Nel già disastrato panorama della giustizia italiana, la drammatica situazione in cui versano gli uffici giudiziari napoletani è da incubo. E a pagarne le spese sono ovviamente i cittadini che dalla macchina processuale più ingolfata del Paese dovrebbero ricevere giustizia. La denuncia viene proprio dai vertici della magistratura partenopea e l’occasione è stata la tradizionale cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, andata in scena nella Sala dei Baroni dello storico Castel Capuano senza pubblico causa Covid.

Il primo dato raccapricciante è che soltanto il 30% dei reati consumati riesce ad essere perseguito dai magistrati inquirenti del distretto di Corte d’appello di Napoli. E di questi, una volta giunti al processo, uno su tre finisce nel nulla, a causa della prescrizione, per lo più pronunciata durante il secondo grado di giudizio. Imputati assolti e vittime beffate. 

I dati sono stati presentati in tutta la loro crudezza dal presidente della Corte di Appello Giuseppe de Carolis di Prossedi. Le cause? Mancano magistrati giudicanti e personale di cancelleria, a fronte di un numero di procedimenti molto superiore alle medie nazionali. “Il numero di magistrati giudicanti nel distretto di Napoli dovrebbe essere raddoppiato”, ha denunciato il presidente. In corte d’appello ci sono appena 39 giudici a fronte di circa 200 pm in tutto il distretto. È chiaro che si forma un imbuto. Ma mancano anche cancellieri: in Italia ci sono sei dipendenti amministrativi per ogni magistrato, a Napoli appena uno. Così dopo la sentenza di primo grado, un processo impiega in media sei mesi per essere trasmesso in Appello. Mentre la lancetta della prescrizione continua a correre. E i numeri dei procedimenti, specialmente quelli penali, è altissimo. “In corte d’assise (competente per i reati più gravi, dall’omicidio in su, ndr) ci sono duecento processi pendenti, e ogni anno ne arrivano altri cento nuovi. A Palermo le pendenze sono 42, a Roma 30, a Milano 17”. Tanto per intenderci. Il tribunale ordinario ha deciso nell’ultimo anno ben diecimila procedimenti. Ma intanto, nello stesso periodo, sono piovuti altri dodicimila nuovi processi da definire. Dinanzi alle sole sezioni penali della corte di appello pendono la bellezza (si fa per dire) di 57mila processi. 

È amarissimo lo sfogo del presidente de Caroli di Prossedi: “Quando mi sono insediato, nel 2016, ho detto le stesse cose. È frustrante constatare che il mio grido d’allarme è rimasto di fatto inascoltato”. E la recente riforma che introduce la improcedibilità se i processi non si concludono in tempi serrati (due anni in appello prorogabili a tre in determinati casi) rischia di aggravare lo stato delle cose: “Con le attuali forze, temo, sarà quasi impossibile rispettare il termine di improcedibilità. Se prima si svuotava il mare con un cucchiaio, ora anziché fornire un cucchiaio più grande si è scelto di bucare quel cucchiaio”, è la triste metafora del presidente de Carolis.

A questi dati si aggiunge l’allarme del procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli, Luigi Riello. Con l’arrivo dei fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, “il rischio di infiltrazioni della camorra è reale perché rappresentano un importante approvvigionamento per la criminalità organizzata. Per questo bisogna prepararsi e vigilare”. Sì, ma con quali forze?

E non c’è solo il Pnrr. La camorra ha allungato le sue mani anche sull’emergenza Covid. Dalle relazioni presentate all’inaugurazione dell’anno giudiziario emerge come “si è registrato un notevole interesse della criminalità organizzata per la distribuzione, produzione e commercio di dispositivi di protezione, anche con vendite di grossi quantitativi a enti locali e ospedalieri”. 

Tra i nuovi reati con cui i magistrati napoletani si sono trovati ad avere a che fare ci sono sempre più le truffe sul reddito di cittadinanza: dai 174 procedimenti penali nel 2020, si è passati ai 589 del 2021. Più che triplicati. Molti altri reati hanno fatto registrare sostanziosi incrementi nell’ultimo anno. Sono aumentati gli attentati, gli omicidi volontari, i tentati omicidi, gli omicidi colposi e quelli stradali, le lesioni volontarie, le violenze sessuali, i reati informatici e quelli di associazione di stampo mafioso. Ma il fenomeno che preoccupa di più, afferma il pg Riello, è la delinquenza minorile, che “a Napoli assume caratteri di caso nazionale. È l’unica città d’Europa e forse del mondo dove si può diventare boss a 18 anni, compiere delitti efferati tra i 15 e i 18 anni, diventare pusher a 14 anni”. Già a tredici anni, in alcune realtà degradate del capoluogo e della provincia di Napoli, “si seguono modelli di vita ispirati al boss di quartiere”, aggiunge il magistrato. “Paranze, stese, ragazzi e giovanissimi che attentano contro la popolazione, arrivano in gruppo con i motorini e cominciano a sparare all’impazzata contro finestre, vetri, balconi, fino a costringere le persone a stendersi e ripararsi per non farsi colpire. Azioni violente e gratuite nel segno del «siamo disposti a tutto»”. Ci sono ragazzini generalmente collegati ai clan camorristici “attraverso la famiglia coinvolta nell’ambiente criminale”, ma anche “ragazzi aspiranti boss tra le fila di chi non ha alcun legame di sangue con le famiglie più note”. A questo fenomeno si affiancano i reati delle baby-gang, “commessi con spregiudicatezza e gratuita violenza a tutte le ore del giorno, di cui si rendono autori, con senso di impunità e onnipotenza, soggetti minori, talvolta anche infra-quattordicenni”. Uno scenario da incubo.