di Eleonora Mattia

Le donne da sempre pagano il prezzo più alto nei conflitti bellici, essendo la violenza sessuale e ogni genere di tortura esercitata sui corpi femminili una forma drammaticamente consolidata di aggressione degli avversari. Le bambine e le ragazze, inoltre, sono più esposte al rischio di tratta nel corso degli spostamenti nei contesti di guerra e quindi doppiamente vulnerabili.

Dopo l’istituzione della giornata internazionale contro le violenze sessuali nei conflitti armati, il 19 giugno 2015 con la risoluzione 69/293 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale ha continuato a tenere alta l’attenzione sul tema. Usata deliberatamente e diffusamente come arma per colpire gli avversari, la violenza carnale è al centro di una risoluzione approvata il 23 aprile 2019 dal Consiglio di sicurezza che obbliga tutte le parti in causa in conflitti armati a mettere “immediatamente e universalmente fine agli atti di violenza sessuale e incoraggia le competenti autorità nazionali a potenziare le normative statali in materia di accesso alla giustizia per le vittime e inasprimento delle pene per i colpevoli di tali reati.

Con queste promesse non ci stupiscono le ultime notizie di cronaca dalla guerra nel cuore dell’Europa: ha fatto il giro del mondo la denuncia della vicepremier ucraina, Olha Stefanishyna, che parla di stupri e uccisioni delle soldatesse ucraine catturate dai russi.

Un’immagine macabra e nitida. Ne possiamo scorgere i confini perché a essere chiara è la sistematica ripetizione dello schema della violenza che riduce le donne a corpi senza anima o desideri, terra di conquista e arma contro gli avversari. È così da sempre, dalle spedizioni coloniali del XVI secolo all’Ucraina del 2022. Ed è così perché la violenza di genere è trasversale ai tempi, ai luoghi, ai contesti. E per questo la riconosciamo, ci spaventa, ci tocca: perché riconosciamo la nostra esperienza.

Questo universalismo non può distoglierci però dal punto: se non può stupirci che lo stupro sia utilizzato anche in questo conflitto, non possiamo rimanere inermi. I bombardamenti arrivano dal cielo, ma c’è una guerra più silenziosa e non meno atroce che passa per le strade, nella ricerca del bunker più sicuro, nel tentativo di fuga dalle città sotto assedio. Dietro ogni angolo non c’è solo il pericolo di subire una violenza sessuale, ma c’è quello di perdere la vita o – chissà se peggio ancora – perdere l’identità e trovarsi senza un nome, un documento e una lingua conosciuta, nelle reti della tratta. E questo vale per le donne adulte, per le ragazze e ancora di più per le bambine.

Ecco, lo diciamo spesso, ma vale la pena ripeterlo. Alle bambine ucraine, alle bambine russe, alle bambine che ogni giorno si svegliano con il rumore delle bombe e crescono con la paura che la loro scuola non abbia più un tetto e che le loro, spesso scarse, possibilità di emancipazione siano interrotte: a loro dobbiamo il massimo impegno per la pace.

Non è solo una questione di vicinato, anche se è umanamente comprensibile che un conflitto bellico nella – nostra – Unione Europea della pace ci sconvolga. Ma tutto questo ci impone uno sguardo globale sul mondo e sui tanti scenari di crisi in cui sistematicamente sono proprio le donne a pagare.

Secondo alcune stime Unicef– a circa un mese dallo scoppio del conflitto – circa la metà dei profughi in fuga dall’Ucraina sono bambini e bambine, molti non accompagnati. Se la storia può insegnare qualcosa, serve un impegno trasversale di denuncia affinché proprio le donne – a partire dalle più giovani – non diventino doppiamente vittime. Non possiamo accettare che questo accada in silenzio perché è drammaticamente sotto gli occhi di tutte e tutti noi.