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di James Hansen

C’è in corso una sorta di guerra ideologica contro il consumo di carne. Dal punto di vista ‘culturale’ è difficile dire esattamente da dove provenga, almeno in Occidente. Forse nasce col cristianesimo ascetico e la lezione secondo cui la vita debba essere ‘ripagata’ attraverso la mortificazione del corpo e una dieta rigidamente prescritta, oppure—emotivamente—con la progressiva ‘disneyficazione’ dell’educazione giovanile che propone a getto continuo simpatici animaletti parlanti. Non si macellano gli amichetti, sono da coccolare… Comunque sia, era inevitabile che il discorso vegetarianismo/veganismo si sposasse con quello ecologico—un altro tema che comprende grandi elementi della ricerca della ‘purezza’ primitiva, pre-industriale. Il passaggio negli ultimi anni dal pacato vegetarianismo al più radicale veganismo è stato così profondo che The Economist ha proclamato il 2019, l’anno del suo picco, “The Year of the Vegan”. È un fenomeno ormai in fase calante, ma ha aperto la porta a un fiorire di proposte recenti per ‘salvare il pianeta’, attraverso l’abolizione della dieta carnivora.

In un recente studio americano, ricercatori delle Università di Berkeley e di Stanford calcolano che “la rapida abolizione della ‘agricoltura animale’ potrebbe potenzialmente stabilizzare i livelli di gas serra per trent’anni e contrastare il 68% delle emissioni di CO2 di questo secolo”. È un’idea abbracciata anche dall’Onu, secondo cui: “Una riduzione nel consumo della carne aiuterebbe a combattere la fame nel mondo e il cambiamento climatico”, perché “Il passaggio a una dieta vegetariana potrebbe liberare vaste terre agricole e ridurre la produzione di biossido di carbonio”.

Il problema in tutto ciò è quello di trovare la maniera di procedere. All’infuori di alcune popolazioni sud-asiatiche–soprattutto la componente indù — che rifiutano la carne rossa per motivi religiosi, il resto del mondo perlopiù non disdegna la bistecca. I governi — per carità, sempre per combattere la crisi climatica — sono attratti dall’idea di introdurre una “meat tax”, ovvero tassare pesantemente la carne per renderla meno appetibile. Il tema è attualmente allo studio del Governo britannico.

Siamo in una curiosa fase in cui l’imperativo democratico di soddisfare i bisogni e i desiderata della maggioranza sempre più si orienta invece ad accontentare le piccole—ma “chiassose”—minoranze che vorrebbero ripristinare il Paradiso perduto. Nel caso, si stima che la popolazione ‘vegana’ della Terra non arrivi all’1 percento, e che tra questi, solo una scarsa minoranza conduca uno ‘stile di vita’ integralmente vegano. Eppure, le campagne contro le botteghe dei macellai o per vietare di dare la carne ai cani nei canili municipali hanno comunque un impatto sull’opinione pubblica e sulla politica.

L’implicito progetto dell’Onu di trasformare i ranch in risaie — e, di conseguenza si suppone, i cowboy in mondine, o forse in ‘operatori ecologici’ di qualche tipo — ha il suo fascino. Ma, non si doveva tornare al ‘naturale’? È difficile — forse impossibile — trovare prodotti più ‘artificiali’ della carne sintetica vegana che dovrebbe prendere il posto di quella reale, anche se i produttori hanno pure trovato la maniera di far sì che ‘sanguini’ in modo realistico… Cosa penseremo di tutto questo tra venti o trent’anni?