di ANONIMO NAPOLETANO

La cosca di ‘ndrangheta che aveva infiltrato Roma e il Lazio poteva contare su almeno cento affiliati. E dalle carte dell’inchiesta che mercoledì ha portato a 77 arresti (di cui questo giornale si è occupato giovedì) emergono altri particolari inquietanti, come le mire dei “picciotti” anche su una catena di supermercati della Capitale e su alcuni bar in Vaticano, le alleanze con i clan romani e la camorra napoletana, l’odio per i magistrati che indagano sulle cosche calabresi “emigrate”, i tentativi di avere rapporti stretti con la massoneria. Molte delle rivelazioni choc riportate nelle oltre mille pagine dell’inchiesta provengono direttamente dalla bocca degli ‘ndranghetisti, che parlano tra loro liberamente ignari di essere intercettati dagli uomini della Direzione antimafia. «Che siamo assai pure qua… non è che… volta e gira siamo qualche 100 di noi altri in questa zona… nel Lazio», dice per esempio al telefono Antonio Carzo, che secondo l’accusa costituiva, assieme a Vincenzo Alvaro, il vertice della “locale” calabrese nella Capitale. Sarebbero dunque cento gli uomini delle cosche impegnati nei business illegali nel Lazio: dal commercio del pescato alla ristorazione, dallo smaltimento degli olii esausti alle ricevitorie.

MIRE SUI SUPERMERCATI E IL PANE DI ‘NDRANGHETA

uno degli intermediari di affari di Vincenzo Alvaro si chiama Giuseppe Penna. Era lui, secondo quanto scrive nell’ordinanza cautelare il gip Gaspare Sturzo, «a spiegare a Giovanni Palamara che nelle vicinanze della sua abitazione stavano ristrutturando un supermercato della catena “Elite” ed i lavori di ristrutturazione dell’immobile li stava eseguendo un suo amico, tale “Roberto”, grazie al quale sarebbe stato possibile inserirsi per ottenere una fornitura e, in prospettiva, espandersi sugli altri, numerosi supermercati della medesima catena». Il contatto serve a cominciare a infiltrare la catena di supermercati con la fornitura di pane e altri prodotti alimentari: «Digli per la pasta Pino, abbiamo la pasta fresca all’uovo, la facciamo sotto vuoto. Gliela porto ai supermercati». Arriva l’appuntamento con il direttore di uno dei supermerccati e al telefono i calabrei si dicono: «Ascolta io dopo vado dal direttore, poi devi salire tu per parlare o Vincenzo (Alvaro)». Il marchio Elite ha, nel 2016, «57 punti vendita e vediamo se si può fare qualche pezzo di lavoro».

I BAR ANCHE IN VATICANO

Ma l’attività di Penna, secondo gli investigatori, prende di mira soprattutto ristoranti, pasticcerie e bar da acquisire, secondo l’accusa, per riciclare i soldi sporchi in attività apparentemente lecite. Così piega Penna al presunto boss Alvaro: «Ti spiego perché, perché questo qua ha tre bar a Roma, tre, tre bar a Roma e sono tutti e tre nel centro storico di Roma, ogni bar di quelli è Barberini, 3/400.000 mila euro..» . Oltre al Bar California , il Gran Caffè Cellini, il Bar Pedone, il Bar Clementi sono decine le società di ristorazione nel mirino dell’antimafia. Si parla di mettere le mani su locali vicini al Vaticano e appena dissequestrati, in zona Borgo Pio. Sono “Pio Er Caffè”, “L’Angolo d’Oro”, “Hostaria Sora Franca”, una trattoria a Trastevere.

LE ALLEANZE ROMANE E LE CENE CON LA CAMORRA

Nella loro infiltrazione a Roma e nel Lazio, le ndrine di camorra si preoccupano anche di tessere relazioni “diplomatiche” con gli altri gruppi criminali già presenti nella regione. «Non è che io devo comandare qua a Roma…», dice ad esempio Giuseppe Penna. «A Roma io lo so, questi della Magliana sono tutti amici nostri, tutti questi dei Castelli sono… questi dentro Roma, tutto l’Eur che sta tutto con noi… mano mozza… li conosciamo tutti… a Torvajanica… al Circeo… sono amico di tutti io… sono amico di tutti e mi rispetto con tutti». Gli equilibri sono importanti. Per questo il boss Vincenzo Alvaro, che insieme ad Antonio Carzo è al vertice della cosca romana, il 5 gennaio 2018 è a cena con Angelo Mazza, il nipote di Anna, la “vedova nera della camorra”, moglie di Gennaro Moccia, fondatore dell’omonimo clan di Afragola. ‘Ndrangheta e camorra a cena, nella Capitale, scrivono gli investigatori, per siglare un «patto per scambiarsi le reciproche clientele» e «raggiungere un proficuo accordo commerciale».

I CONTATTI CON LA MASSONERIA

Per rafforzare gli equilibri criminali, si punta a matrimoni di convenienza e rapporti con la massoneria. Così, sarebbero state nozze di puro interesse quelle fra Palmira Palamara, figlia di Giovanni, e Teodoro Gabriele Barresi, attratto nell’orbita dei boss in quanto potenziale prestanome per le attività da infiltrare. Quanto agli appetiti massonici, sarebbe stato il principale socio di Alvaro, Antonio Carzo, a darsi da fare per «un’affiliazione massonica» utile ad accrescere il proprio prestigio criminale. Tentativo che però non risulta aver avuto successo.

L’ODIO PER I MAGISTRATI: «MALEDETTI»

Nelle conversazioni intercettate spicca poi l’odio per i magistrati inquirenti, gli stessi che prima hanno perseguito le cosche in Calabria e ora sono tutti a Roma e indagano sui boss di ‘ndrangheta. Il padrino della ‘ndrina romana Antonio Carzo ce l’aveva con «la squadra che era sotto la Calabria… Pignatone… Cortese… Prestipino. Sono tutti qua… E questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri… Cosoleto… Sinopoli… tutta la famiglia nostra… Maledetti». E dunque, temendo gli inquirenti, spiega quale deve essere la strategia: «C’è stato un periodo che hanno bersagliato i siciliani… Cosa Nostra… Cosa Nostra… e noi sotto traccia facevamo… ora è da capire che ci hanno preso in tiro a noi calabresi e ora invece dobbiamo stare più quieti quieti». Ma questo non voleva dire no n continuare gli affari, anzi: «Comunque… eh… le cose si fanno». O almeno si facevano, fino a mercoledì scorso, quando la magistratura ha fatto scattare le 77 ordinanze cautelari che hanno decapitato la “locale” di ‘ndrangheta nella Capitale.