di Michela Cilenti

Kherson è stata la prima città a cadere in mano ai russi, e da allora è diventata il grande laboratorio di Putin. Qui lo zar sta conducendo l’esperimento politico, costituzionale, economico, e ora anche sociale per quella Nuova Grande Russia che tenta di costruire. Brutalmente. Perché a Kherson, Putin sta conducendo una vera e propria colonizzazione, non solo con vessilli, rubli e militari, ma anche con i siberiani. Da circa un mese, nell’oblast’ a sud dell’Ucraina stanno arrivando gli abitanti della steppa. Allo zar servono elettori.

A Kherson presto – ma non si ancora quando – si terrà un referendum di indipendenza dall’Ucraina e di adesione de facto alla Russia. Le autorità ucraine lo denunciano da settimane. Un referendum, libero o pilotato che sia, è pur sempre una votazione. Qualcuno che vada a votare serve. Soprattutto se vota “bene”, cioè secondo la volontà dello zar. Dall’inizio dell’occupazione, più di metà della popolazione è fuggita. E i russi li hanno lasciati andare. L’ordine era quello, e veniva dall’alto. E tra i residenti rimasti i simpatizzanti di Putin scarseggiano. Eppure, prima dell’operazione speciale, a Kherson di filorussi ce n’erano, e tanti. Ma dopo settimane di occupazione in cui hanno vissuto la violenza e la brutalità con cui i “fratelli russi” stanno cercando di “liberarli”, anche qui il consenso verso Mosca si è sgretolato insieme ai palazzi.

Fortunatamente – per la Russia e i filorussi – Putin ha un’altra carta da giocare per sbloccare la russificazione dell’oblast’, e l’ha calata: la siberizzazione. Da più di un mese – racconta l’esule Vasily a La Stampa – a Kherson stanno arrivando coloni russi. “Non parlano russo, figuriamoci ucraino. Hanno la pelle chiara e gli occhi a mandorla. Non li capisco”. Sono siberiani. Fra Kherson e la Siberia ci sono più di 4mila chilometri di Eurasia, praticamente mezza Russia. Nell’immaginario collettivo – e nel corso storico – la Siberia è sempre stata il posto inospitale per eccellenza, in cui la Russia – zarista, sovietica e anche quella putiniana – spediva a morire i suoi nemici. Oggi, la rotta “migratoria” si è invertita. Sono i siberiani a spostarsi verso una terra più mite. Saranno loro, insieme ai filorussi di Crimea e a quelli delle altre zone “liberate”, a prendersi le case di chi è fuggito, le loro terre, il loro bestiame.

A riprova di ciò, anche un documento. L’ordine n. 3 firmato dal comandante militare di stanza nell’oblast’ di Kherson, il colonnello Viktor Bedrik, stabilisce questo:

Vista la normalizzazione del lavoro delle strutture di supporto umanitario per la popolazione civile, d’intesa con il capo dell’amministrazione della regione di Kherson, al fine di organizzare il soggiorno completo dei cittadini arrivati a Kherson,

ORDINO:

a tutti i capi di organizzazioni per l’edilizia abitativa e capi condominio di fornire elenchi di appartamenti i cui proprietari hanno lasciato la città di Kherson, al fine di dare alloggi vuoti ai migranti giunti da zone di guerra attiva.

Ai “migranti giunti da zone di guerra attiva” si aggiungono ucraini filorussi di Crimea e appunto siberiani. Mosca sta organizzando il soggiorno ai nuovi “cittadini di Kherson”. Quelli che probabilmente manderà a votare per l’indipendenza dell’oblast’ e quindi il ritorno de facto alla Grande Madre Russia. Così i siberiani stanno migrando dalla fredda e inospitale steppa alla più calda e accogliente regione meridionale dell’Ucraina. Kherson riveste un’importanza strategica nella costruzione della Grande Russia di Putin. I teorici della geopolitica del Novecento la definirebbero pivotale. Il controllo di quest’oblast’ permetterebbe alla Russia di creare un corridoio di terra che da Rostov, passando per la Crimea e appunto per Kherson, condurrebbe fino alla Transnistria, con la speranza – di Mosca – di passare anche per Odessa, privando l’Ucraina “occupata dai nazisti” dell’accesso al mare.

In linea con questa ricostruzione della Grande Russia, anche il Manifesto del Consiglio popolare della Russia meridionale, un documento redatto probabilmente da un funzionario di Edinaja Rossija, il partito putiniano, e divulgato a fine aprile dal progetto investigativo ucraino Schemes. In testa al Manifesto si legge: “In risposta al terrore e all’imposizione totalitaria dell’ideologia del nazismo e di Bandera da parte dell’ex Stato dell’Ucraina, noi, nella persona del Consiglio popolare della Russia meridionale, prendiamo il potere nelle nostre mani e stabiliamo un nuovo stato della Russia meridionale”. In realtà, l’espressione usata nel documento è Juzhnaja Rus’, non Rossija. Proprio come la Rus’ di Kiev che ha dato i natali alla Russia moderna e a cui lo stesso Putin si è richiamato nella sua folle opera di riscrittura della storia nazionale, parlando del grande popolo russo uno e trino. Concetto ribadito anche nel Manifesto: “Stiamo costruendo il nostro Stato sulla base della comprensione della parentela storica e genetica e dell’unità del popolo trino russo, ucraini, bielorussi e russi, dell’amicizia fraterna e dell’assistenza reciproca”. Il documento poi riconosce la “lingua” russa e “il dialetto” ucraino.

La scorsa settimana la nuova amministrazione filorussa ha detto che presenterà richiesta ufficiale di adesione alla Russia. Da settimane, invece, autorità e media ucraini, il sito di informazione indipendente Meduza e anche la Cnn denunciano i preparativi russi a Kherson per un referendum popolare stile Donbass. Si stampano manifesti, opuscoli, schede elettotrali. Ora la Russia fa un passo avanti e porta a Kherson anche gli elettori. Quelli che sicuramente voteranno per la creazione della Repubblica popolare. Perché il Cremlino su questo è stato chiaro: “Dev’essere il popolo a decidere”. Lo ha ribadito anche oggi il portavoce Dmitrj Peskov.

Che sia de iure o de facto l’ucraina si prepara a diventare una provincia della nuova Grande Russia attraverso una brutale russificazione. Da settimane le trasmissioni russe hanno sostituito quelle ucraine, la bandiera sovietica e il vessillo della Vittoria hanno sostituito la bandiera ucraina, a inizio maggio poi il rublo ha sostituito la grivna. Ora, i siberiani si apprestano a sostituire gli ucraini. Se ci fosse il megafono del Cremlino, Vladimir Solovëv, a presentare il drammatico spettacolo in corso a Kherson direbbe: “Che la siberizzazione cominci!”. Gli ucraini, invece, aspettano la liberazione, quella vera. Dai russi, e ora soprattutto dai sberiani. Prima che la siberizzazione si compia.