Vladimir Putin (foto depositphotos)

di Emilio Barucci

Si fa presto a dire poniamo l’embargo sul gas russo, facciamo un cartello dei compratori per abbassarne il prezzo, procediamo rapidamente sulla strada delle transizione ecologica, riempiamo i depositi di gas all’80% prima del prossimo inverno.
Sicuramente qualche paese è ambiguo nei confronti Putin, ma il problema è un altro: l’Europa si è trovata spiazzata a seguito dell’invasione della Russia in Ucraina. Senza una politica estera e militare comune, e autonoma dalla NATO, e a causa della forte dipendenza energetica dalla Russia, l’Unione Europea ha balbettato, ha parlato a più voci e ci sta mettendo tanto tempo a prendere decisioni.

Il 23 Marzo la Commissione Europea ha lanciato il piano REPowerEU ponendosi obiettivi ambiziosi circa la conversione green e la rottura della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2030. Propositi che al momento hanno avuto soltanto l’effetto controproducente di far aumentare i prezzi del gas e del petrolio.

Confrontando le difficoltà dell’Europa con il piglio decisionista degli Stati Uniti e del Regno Unito, un’interpretazione ingenerosa le riconduce ad una scarsa solidarietà nei confronti dell’Ucraina. La realtà è che la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russiaha ragioni antiche ed è talmente significativa che non può ridursi alla scelta tra pace e condizionatore (o caloriferi abbassati). Insomma il conto per i paesi europei potrebbe essere molto salato e i sacrifici, che tutti noi stiamo già sostenendo con il balzo dell’inflazione, come forma di solidarietà con l’Ucraina potrebbero essere davvero significativi.

Partiamo da qualche dato: l’Unione Europea importa il 40% del gas naturale e il 25% del petrolio dalla Russia, un terzo dei paesi sono dipendenti dalla Russia per oltre il 50% riguardo al gas naturale. Basterebbe questo dato per spiegare il differente atteggiamento rispetto a Stati Uniti e Gran Bretagna, che importano rispettivamente appena l’8% del petrolio e il 5% del gas dalla Russia. Verrebbe da dire si fa presto a fare la voce grossa partendo dalla loro situazione.

Misure drastiche quali un embargo immediato nei confronti del gas e, in parte, del petrolio russo porterebbero ad una recessione molto profonda per l’Europa, prezzi dell’energia elettrica alle stelle e razionamenti.

Tornando con i piedi per terra occorre capire cosa fare. Ci sono misure di breve e di lungo termine che debbono essere messe in campo. Sul lungo termine occorre accelerare il piano di conversione verso fonti energia rinnovabili, razionalizzare i consumi, diversificare le fonti approvvigionamento, promuovere la produzione interna di combustibili fossili. Sui primi due punti, tutti sono d’accordo a parole anche se poi i costi/benefici andranno valutati con attenzione in quanto interventi così profondi sulla struttura economica non sono innocui: lasciano sul campo vinti e vincitori.

Quanto a diversificare le fonti di approvvigionamento di combustibili fossili, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità prendendo atto che buona parte delle fonti alternative di petrolio e di gas vengono da paesi che non hanno sempre primeggiato quanto a democrazia e diritti umani. Un tema che viene tenuto sotto traccia ma che non può essere nascosto. L’ultimo punto riguarda l’equilibrio tra tutela dell’ambiente e produzione interna di energia (scavare pozzi, fare impianti di rigassificazione). Non è un fenomeno solo italiano: a livello europeo la produzione di gas naturale negli ultimi dieci anni si è ridotta del 60%. Il quadro è sconcertante: una classe politica inadeguata ha seguito le istanze ambientaliste e ci ha portato nelle braccia della Russia. Per rimanere in Italia basterebbe ricordare le polemiche sul gasdotto TAP che permette di diversificare le importazioni di gas verso l’Azerbaigian. Leggendo i comunicati stampa della Commissione in materia energetica dopo l’invasione dell’Ucraina, il lettore potrebbe esclamare… ma non ci potevano pensare prima? Facile a dirlo adesso ma del resto i politici sono selezionati e remunerati proprio per guadare lontano.

Rimane da capire cosa fare nell’immediato. L’Europa balbetta per due motivi: le difficoltà nel mettere d’accordo diverse esigenze/visioni mostrando la consueta assenza di spirito solidaristico, la difficoltà concreta di passare all’azione.

La Commissione ha fatto riferimento all’esperienza dei vaccini. In quel caso si è creato un coordinamento tra gli Stati negli acquisti che ha garantito i vaccini a tutta la popolazione. Le cose erano tutto sommato semplici: gli acquirenti erano gli Stati, i venditori erano ben identificati, i diversi paesi erano più o meno nelle medesime condizioni. Nel caso del gas le cose si complicano notevolmente. Ogni paese è in una situazione diversa quanto a capacità di stoccaggio, livello di dipendenza dalla Russia, contratti a lungo termine (sempre con la Russia), capacità di impianti rigassificazione che permettono di importare gas liquefatto via nave, composizione del mercato degli operatori gas.

Il vincolo di contratti a lungo termine con la Russia è forte e ci espone alla mercè del suo ricatto. Possono essere interrotti unilateralmente da ambo le parti (la Russia lo ha fatto oggi nei confronti della Finlandia). Il risultato è che la soluzione su cui si sta ragionando è che la piattaforma di acquisto sia su base volontaria e per la parte eccedente la quantità già definita nei contratti. Se fosse così, gli effetti sarebbero limitati. La possibilità di redistribuire il gas tra i diversi paesi (la Spagna ad esempio ha una notevole capacità di impianti di rigassificazione) è limitata sia per limiti tecnici che per mancanza di spirito solidaristico. Infine la piattaforma dovrebbe coordinare operatori privati (non gli Stati) ponendo seri problemi di collusione contravvenendo a tutte le regole in materia di concorrenza.

Il punto di forza del progetto è che la Russia esporta l’83% del suo gas tramite gasdotti (perlopiù in Europa) e solo il 17% come gas liquefatto tramite navi (perlopiù in Asia). La sua offerta è sostanzialmente inelastica nel breve termine: o vende il gas all’Europa o se lo tiene in casa.

Due strade sembrano essere più praticabili. Un’azione comune per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas liquefatto. Ogni stato (compresa l’Italia) si è mossa in solitudine per individuare nuovi potenziali partner. Un maggior coordinamento avrebbe sicuramente giovato. Inoltre, piuttosto che un cartello dei compratori, sarebbe da valutare l’imposizione di un dazio sull’importazione del gas russo. Si tratterebbe di una misura meno violenta per la Russia. Secondo alcune stime, un dazio del 30% porterebbe sì ad un innalzamento del prezzo del gas ma porterebbe anche 30-50 miliardi di euro di introiti per l’Europa. Un ammontare di denaro che potrebbe essere utilizzato per sostenere i consumatori finali. La teoria economica ci mostra che un dazio in presenza di offerta inelastica, cioè che non dipende dal prezzo come il gas russo, e domanda elastica, grazie alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento dell’Europa, dovrebbe favorire i consumatori piuttosto che il produttore.

Questa sembra la strada più semplice da percorrere piuttosto che sognare un cartello che rischia di non prendere mai forma. Occorre far presto ricordando che anche in questo ambito le scelte unilaterali non pagano, anche la Russia potrebbe metterle in campo innalzando ad esempio il dazio sull’esportazione del gas o interrompendo dalla sera alla mattina le esportazioni. Se succedesse sarebbe davvero il chaos. Meglio essere efficaci, parlare poco e toccare nella giusta misura il portafoglio della Russia. Volenti o no, indipendentemente dai proclami, una forma di trattativa con la Russia in materia energetica è sul tavolo