Berlusconi (Depositphotos)

Franco Esposito

Durante la partita, ad un certo punto del primo tempo, si è addormentato in tribuna. Impietose le telecamere si Sky hanno testimoniato il momento dell’accaduto all’Arena Garibaldi Romeo Anconetani di Pisa. Commento dei telespettatori comodamente seduti in poltrona per assistere alla proposta televisivo dell’atto finale dei playoff di serie B, in palio un posto nel prossimo campionato calcistico serie A: Berlusconi è bello che è fatto, è alla frutta.

Silvio Berlusconi si è adormentato brevemente, e non una sola volta. Gli è preso il sonno, malgrado le emozioni a getto continuo offerte  dalla partita Pisa-Monza. Il cavaliere è il presidente del club calcistico brianzolo; l’eterno Adriano Galliani, suo antico sodale, il magna pars. Alla loro bella età si sono messi in testa di ripororre i fasti antichi del grande Milan. Intanto la Brianza, il Monza, lo hanno trascinato loro in serie A per la prima volta in tanti, tanti, tanti davvero anni  di storia. 

Abbiocco senile o quant’altro, Silvio Berlusconi spera davvero in un nuovo miracolo. Politico e sportivo. Forza Italia come il Monza, dove ci ha messo un bel po’ di quattrini. Settanta milioni, si sussurra, per attrezzare la squadra del salto in alto in serie A. “Se è riuscito in questa impresa, riporterà anche noi a quota 20%, come venti anni fa”, esultano gli amici di partito, evidentemente poveri illusi. Il tempo scade per tutti, prima o poi. Anche se ti chiami Silvio Berlusconi e sei titolare di un impero economico. Gli anni, però, quelli nessuno può cambiarli o cancellarli. 

Tutti pronti, qelli del partito, i cosiddetti “azzurri”, da Tajani a Ronzulli, a correre come il leonino Monza allenato da Giovannino Stroppa, evidentemente molto su di peso. E lui, l’immarcescibile cavaliere, in grado di caricare tutti. L’ha fatto con i giocatori del suo Monza, negli spogliatoi, prima del fischio d’inizio dell’arbitro Mariani. “Siete i più forti, siete superiori in tutto ai giocatori del Pisa. Dobbiamo vincere, credeteci. Ho studiato i vostri avversari, dovete avanzare sulle fasce, essere più ficcanti là, dove sono deboli”. 

Consigli per l’uso a Giovannino Stroppa, l’allenatore, faceva altrettanto al Milan negli anni d’oro, non lesinando ammonimenti e consigli, spesso non accettati bene, con Carletto Ancelotti, appena appena il tecnico più vincente al mondo. Quattro Champions nella bacheca personale. Ricorderete la polemica sul cosiddetto schema ad albero di Natale. 

Così parlò Silvio e così vinse la squadra del Monza. Allestimento e costruzione hanno richiesto spese non indifferenti negli anni, al netto di quanto è costato il lifting dello stadi Brianteo. Un salottino oggi, quanto di più squallido fino all’avvento dell’accoppiata Galliani-Berlusconi. Preserti al timone e con la barra a dritta al vertice del Milan dei ventinove trofei, 

In realtà, con l’approdo alla serie A, il Monza ha messo fine a un incubo lungo 110 anni. Abbattuto il tabù, condensabile innanzitutto in finali perse, due fallimnenti,  e negli incontri con autentici avventurieri che nel tempo si sono installati alla cloche del club. E la sensazione costante, oggi superata, di un’autoconvinzione: noi sfigati, siamo nati sotto una cattiva stella, in serie A non andremo mai. Proprio il Monza, etcihettato negli anni Settanta come “il Borussia  della Brianza”, la promozione manca per un niente più volte. 

L’ultima nel 1979, nello spareggio col Pescara, in campo neutro, a Biologna, davanti a trentanila tifosi arrivati in Abruzzo dai comunu della ricca Brianza. “Com andare a Rona e non vedere il Papa”. Una storia maledetta quella del Monza in lotta per l’accesso al salone buono del calcio in Italia, Galliani, giovanissimo, era un dirigente di quel Monza, club calcistico nato nel 1912 in una pasticceria e titolare di un record- 40 campionati di serie B senza mai una promozione, attraversati anche da due clamorosi fallimenti. Sul primo circolano tuttora leggende: calciatori stranieri finiti a dormire nel sottoscala dello stadio: il secondo addirittura più strano. Il grande ex milanista Clarence Seedorf, tre anni da presidente ombra del Monza, in cui prova a far giocare con scarsa fortuna fratello e cugino, vende la società per un  dollaro a un misterioso inprenditore anglo-brasiliano. 

Anthony Ernest Armstrong si presenta alla guida di una Ferrari e promette il mondo. Acquista calciatori di valore e assicura  la promozione. La Ferrari però è presa a noleggio  e lui paga solo mezzo stipendio. Un clamoroso bluff. Le magagne vengono alla luce quando il presunto magnate  anglo-brasiliano finisce nella lista dei ricercati della polizia brasiliana per una  maxi truffa. Fugge a Dubai, e i giocatori intanto svincolati vengono sfamati dagli ultras. La finale play off come unica possibilità per salvare tutto. Il Monza la vince, ma dopo qualche giorno fallisce. 

Arrivano Galliani e Berlusconi, spendono un mare di soldi, partendo dallo stadio dotato di ascensore in tribuna centrale. Laddove per trent’anni c’era stato sulo un buco. Con i soldi si vince, prima o poi doveva accadere anche al Monza. Berlusconi nella società calcistica come nelle vicende del partito da lui fondato: ci si confronta, si discute, ma alla fine è lui “che dà la linea”. Vuole, pretende, che collaboratori e dirigenti “attuino soltanto le mie indicazioni”. 

Le sue, di indicazioni, amano ripeere enfantici quelli del partito. Esagerati, eccessivi, non sempre sinceri nelle manifestazioni di effetto. Interessati tutti a tenerlo su Silvio,  senza lui non ci sarebbe per parecchi da mangiare. “Impresa leggendaria la promozione del Monza”, gli manda un bacio Paolo Barelli, presidente della Federazione Italia Nuoto, senatore della Repubblica. “I sogni si avveranno”, firmato Deborah Bergamini. Una sbornia trionfale. 

Ma nel caso di Silvio Berlusconi forse non  è esattamente così. Bisogna prenderlo con le pinze questo successo calcistico. Il cavaliere lo interpreta a modo suo in chiave calcistica. “Spero di aver la forza di dare una spinta al Paese. Siamo fondamentali per l’Italia, come ho sentito il dovere di scendere in campo nel 1994, sento ancora adesso il dovere di andare in campo per evitare che ci siano governi incapaci”. 

Alla sua età, via, e con gli accicchi che si ritrova? Quell’abbiocco furtivo allo stadio forse è un segno chiaro. E  definitivo, almeno nel campo della politica. Mi consenta, cavaliere, il pallone è una cosa, completamente diverso il governo del Paese.