di ROBERTO ZANNI

Gainesville è la più grande città del North Central Florida. Lì, dal 1906 (ma le origini vanno indietro fino al 1853) c’è il campus della University of Florida, enorme ateneo che arriva ad avere quasi 60.000 studenti, il quarto pubblico più grande di tutti gli Stati Uniti. Ma all’interno del campus della UF c’è anche un piccolo laboratorio, molto speciale. È il BLaB acronimo di Brain, Language, and Bilingualism creato soltanto nel 2019 per rispondere a una domanda apparentemente impossibile: in che modo il cervello rende possibile il linguaggio? Due i docenti fondatori: Eleonora Rossi e Edith Kaan. E la professoressa Rossi (prima laurea a Padova, quindi in Olanda all’Università di Groningen per poi volare negli Stati Uniti prima tappa alla Penns State) naturalmente è italiana con un interesse per il bilinguismo che è nato molto presto. A 15 anni infatti oltre all’italiano e al tedesco che già parlava, ha aggiunto inglese, francese, olandese e anche un po’ di latino. Sembra quasi impossibile solo da raccontare, ma invece è tutto vero. E come assistente professoressa di linguistica (con una lunga serie di pubblicazioni all’attivo) chi meglio di lei può comprendere come sia complesso per il cervello imparare diversi linguaggi con l’aggiunta che ogni persona ha anche tratti unici che la distinguono da tutti gli altri. Da qui parte il BLaB: si studiano sia coloro che parlano una sola lingua che i bilingue o più per comprenderne le difformità. Nella ricerca ci sono poi elementi importanti che spesso fanno la differenza: dall’età di apprendimento, ma anche gli ambienti. Un lungo processo al termine del quale i ricercatori vorrebbero arrivare a ribaltare un’idea a volte comune e cioè che coloro che parlano più di una lingua siano mentalmente più abili di coloro che invece non lo fanno. Ma come funziona la ricerca portata avanti dal prof Rossi e Kaan? I soggetti che fanno parte dell’esperimento prima di entrare in una stanza insonorizzata rispondono ad alcune domande, poi indossano una cuffia per elettroencefalografia (denominata EEG) e una bianca di quelle  usate per nuotare, ma con piccoli fori attraverso i quali vengono introdotti elettrodi. E con quella chiamiamola apparecchiatura addosso, continuano a rispondere alle domande, mentre la loro attività cerebrale spontanea viene registrata. E dalla lettura della stessa possono essere visti i mutamenti dell’attività elettrica cerebrale che illustrano poi come il partecipante comprenda determinati concetti a loro presentati dai ricercatori. In poche parole quei fili degli elettrodi collegano direttamente i soggetti al mondo degli studi linguistici. Sicuramente più semplice da seguire dal vivo che da spiegare, questo nuovo approccio da parte del BLaB vuole avvicinarsi al campo della psicolinguistica, cioè quel ramo della psicologia che studia il comportamento linguistico con particolare riguardo al processo della acquisizione della lingua materna, i ritardi ecc. “I nostri argomenti di ricerca – spiegano il Dr. Rossi e il Dr. Kaan – vanno dall’apprendimento delle lingue all’innesco sintattico, ma cosa più importante, tutti noi ci poniamo la domanda: come e cosa fa il cervello per rendere possibile il linguaggio? E per le nostre ricerche utilizziamo una serie di approcci tra cui tecniche di neuroimaging (imaging cerebrale) e comportamentali”.