DI LORENZO SANTUCCI

 

Non ci sarebbe un indicatore fuori posto per giustificare una crisi del riso indiano, eppure l’allarme si diffonde. Lo sanno bene i vari Ghana, Benin, Senegal, Camerun, Togo così come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Cina, Nepal, Bangladesh, Filippine e gli altri 140 Stati che ricevono quel riso e temono un blocco delle esportazioni di New Delhi come già accaduto con il grano e, in parte, con lo zucchero. La sensazione che accomuna Africa, Asia e Medio Oriente è infatti quella che possa innescarsi lo stesso circolo vizioso: aumento del prezzo, stop all’export e conseguente crisi alimentare che sta affamando milioni di persone. La prima e la terza condizione si stanno già verificando, mentre non ci sono segnali che l’India abbia intenzione di chiudere le rotte commerciali del suo riso. Lo negano sia il Governo di Narendra Modi, sia i numeri. L’ultimo raccolto è stato da record, con quasi 130 milioni di tonnellate prodotte (21,5 milioni quelle esportate, più di tutto l’export di grano messo insieme da Thailandia, Vietnam, Pakistan e Stati Uniti), e a settembre i numeri dovrebbero crescere ancora, clima permettendo. Al momento, inoltre, dalla stima della Food Corporation of India (FCI) emerge come le scorte di riso ammontano a 33 milioni di tonnellate, le più alte in questo periodo da otto anni. Tuttavia, in un momento così instabile, la priorità è l’interesse nazionale. E quindi, come afferma ad Huffpost Ugo Tramballi, senior advisor di Ispi, se “tutte le commodities costano tanto, quelle che produci te le tieni”.

I prezzi di tutti i beni continuano a lievitare (in India l’inflazione è oltre l’8%) e quello del riso è in aumento per il quinto mese consecutivo. Il balzo dall’anno scorso è stato del 21%, condizionato dalla guerra in Europa che tiene in ostaggio il grano russo-ucraino e anche dalla conseguente decisione del governo di Modi di tenersi stretto il suo, di grano. “In questa fase di new globalization – che non vuol dire che la globalizzazione è finita, ma che deve rimodellarsi – si va verso un’epoca di vacche magre dove ognuno pensa per sé, senza solidarietà. Tra l’altro la situazione attuale impone in tutto il mondo il procrastinare delle riforme necessarie al cambiamento. Come quelle sul cambiamento climatico o, appunto, quelle che dovrebbero fare dell’India una vera superpotenza agricola, che saranno posticipate a tempo debito. Ora è tempo di produrre”, continua Tramballi che non vede alcuna strategia geopolitica dietro l’eventuale decisione di bloccare le esportazioni. “Non mi sembra ci sia un disegno politico alle spalle, né si tratta di un segnale che avvicina l’India a Putin o di qualche piano di vendetta”. Al contrario, la questione è solo interna. “Al momento, la priorità è che l’India abbia grano e riso per la sua popolazione e non che sia in grado di esportarlo”. Tuttavia, una decina di giorni fa, dal Ministero dell’Alimentazione rassicuravano come sul tavolo del governo non si trova “alcun piano per prendere in considerazione” l’idea di smettere di esportare, visto che i magazzini sono pieni di scorte e i prezzi locali rimangono tutto sommato bassi. Proprio questi ultimi hanno permesso a New Delhi di rafforzare la sua posizione sul mercato, vendendo il proprio riso al ribasso, anche per far fronte all’impennata del grano. Ultimamente il riso indiano viene richiesto con ancor più frequenza (+10% nell’export a maggio) e, probabilmente, alla base c’è la paura di rimanerne sprovvisti, come con il grano o, in parte, con lo zucchero. L’India, primo produttore e secondo esportatore mondiale dopo il Brasile, ha infatti optato per un tetto per l’export da 10 milioni di tonnellate all’anno.

Pertanto, meglio prevenire che curare. Anche perché non sono solamente i Paesi importatori ad aver paura di un’improvvisa interruzione dell’approvvigionamento, ma anche gli indiani stessi. Il Governo aveva stimato per il biennio 2021/2022 una produzione da 510,3 milioni di tonnellate, che non si è avverata. Almeno non nei numeri previsti. La produzione rimane buona, è vero, ma la somma delle scorte di riso sommate a quelle del grano a inizio giugno erano le più basse dal 2017. Questo implica che, per compensare il fabbisogno energetico che veniva garantito dal grano, l’India deve affidarsi al riso. Il sistema pubblico di distribuzione alimentare sovvenziona il cibo per 800 milioni di persone, oltre la metà della popolazione indiana totale. A loro dovrà esser dato un sostituto valido del grano e tutto ciò, come ha affermato Dipa Sinha, economista all’Università Ambedkar di New Delhi e membro dell’associazione Right To Food Campaign, “avrà un impatto sulla quantità di riso disponibile per le esportazioni”. Fino ad oggi, il Governo indiano ha per lo più elargito riso non basmati, che costa meno rispetto al più pregiato basmati, importato dai Paesi mediorientali. Qualora Modi si trovasse costretto a bloccare anche l’export di riso non basmati per sopperire alla carenza interna, miliardi di persone finirebbero in una grave insicurezza alimentare. Potrebbe infatti verificarsi quello che già è accaduto nel 2008, quando l’India si era ritrovata a prendere proprio questa decisione. Il risultato fu un aumento generale dei prezzi e, anche all’epoca, la motivazione che venne offerta riguardava la necessità di far fronte alla carenza interna, a discapito di quella globale. Soprattutto quella dell’Africa sub-sahariana, che ha sempre contato sui prezzi molto convenienti del riso basmati e parboiled che arrivavano dall’India. Ma a soffrire sarebbero molti di più, visto che il peso dell’India sul commercio mondiale di riso è del 40%. Dal gruppo di consulenza agricola statunitense Gro Intelligence avvertono come “qualsiasi carenza significativa nella produzione di riso dell’India potrebbe peggiorare le già complicate prospettive di sicurezza alimentare globale”.

Tutto sembra essere appeso alla stagione dei monsoni, che è iniziata questo mese e che sembra essere l’ago della bilancia nelle scelte che prenderà l’India. Il riso che viene seminato in estate e raccolto a settembre e ottobre rappresenta infatti l’85% della produzione annua, dato che in quei mesi cade il 70% delle piogge. A giugno è stata registrata una riduzione significativa (-41%), ma dovrebbero tornare nella media da qui fino alla fine dell’estate.

Sul riso indiano, dunque, conta mezzo mondo. Così come contava sul grano nel momento in cui dai porti dell’Ucraina non esce più. Ieri l’Alto rappresentante dell’Unione europea, Josep Borrell, è tornato a scagliarsi contro la Russia, a cui ha chiesto con forza di “sbloccare i porti. È inconcepibile e inimmaginabile che milioni di tonnellate di grano siano bloccate in Ucraina quando nel resto del mondo la gente soffre di fame. È un vero crimine di guerra, non posso pensare che duri ancora”. Al momento lo stallo non lascia spazio ad altri pensieri, almeno fino quando non verrà trovata una soluzione. Una la sta continuando ad offrire la Turchia (non senza far pagare pegno geopolitico, specie all’Occidente), con nuovi colloqui che si stanno tenendo proprio in queste ore a Istanbul tra le delegazioni di Mosca e Kiev, con la mediazione dell’Onu. Da quanto riportano alcune fonti, Ankara avrebbe ideato una road map dove far passare “35-40 milioni di tonnellate di grano, che dovrebbero essere inviate sui mercati mondiali attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli nei prossimi 6-8 mesi”. L’altra soluzione, invece, poteva arrivare dall’India, in grado di sostituirsi momentaneamente alle altre due nazioni produttrici. New Delhi ha invece preferito la via del protezionismo e dell’interesse nazionale: una strada che molti temono possa intraprendere anche per il riso.