Edinson Cavani ai tempi della militanza nel Palermo

di Matteo Forciniti

Chissà se agli sceicchi arabi -attenti più a fare soldi che ai sentimenti- qualcuno abbia spiegato dell’opportunità di integrare Palermo e Montevideo, l’Italia e l’Uruguay, attraverso il calcio. Il club siciliano neopromosso in serie B sta per essere acquistato dal City Football Group, il più grande colosso multinazionale mai visto nella storia di questo sport. Oltre al Manchester City, la holding controllata dal fondo Abu Dhabi United Group della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti possiede diversi club sparsi per il mondo tra cui, in Uruguay, il Montevideo City Torque oltre a: New York City, Melbourne City, Yokohama Marinos, Mumbai City e poi ancora Troyes e metà del Girona.

L’obiettivo di questo gruppo, in parte già riuscito, è quello di creare una rete globale calcistica sotto il marchio City all’interno di una mega galassia fatta di società, giocatori, corpo tecnico, informazioni e tanto altro. È quello che i giornalisti britannici hanno definito come la nuova Coca Cola del pallone.

Con l’imminente acquisto del Palermo -il cui annuncio ufficiale dovrebbe arrivare a breve- si apre un piccolo spiraglio di collaborazione con la squadra uruguaiana, il Torque, che potrebbe diventare un serbatoio di talenti. Nato nel 2007 all’interno di un bagno del Mercado del Puerto, l’attuale Montevideo City Torque è stato acquistato dagli arabi nel 2015 ed è riuscito a risalire dalla terza fino alla prima divisione uruguaiana e si è anche qualificato per la prima volta nella sua storia alla Copa Libertadores.

A essere più realistici, e vedendo come si sono mossi gli altri club della galassia City, quello che sembra più auspicabile è lo scambio di giocatori tra questi due club che potrebbe andare ad incrementare quella lunga tradizione nell’asse Uruguay-Sicilia che ha già portato 13 “charrúas” nel corso degli oltre 122 anni di storia che ripercorriamo brevemente.

L’elenco degli uruguayos al Palermo parte inevitabilmente da Héctor Scarone conosciuto anche come “El mago” o “el Gardel del fútbol”, una delle prime leggende del calcio mondiale. Figlio di un ferroviere savonese, Scarone arrivò in Italia nell’estate del 1931, a 33 anni, agli sgoccioli di una brillante carriera che lo aveva portato in cima al mondo pur restando a casa sua per sano romanticismo e senza cedere alle sirene delle offerte milionarie che arrivavano dall’Europa. Dopo il primo anno all’Inter andò al Palermo per due stagioni costellate da infortuni e problemi fisici ma anche da perle assolute che diedero un contributo fondamentale per la conquista di due meritate salvezze. Restando negli anni trenta abbiamo anche il centrocampista Carlos Riolfo e il difensore Maximiliano Faotto che dopo una prima esperienza di buon livello tornò in Sicilia dopo la guerra nel doppio ruolo di allenatore-giocatore. Il 1956 è l’anno dell’arrivo di Walter Gómez, eccentrico fantasista con l’arte del dribbling e fumatore incallito fortemente voluto dal tecnico Héctor Puricelli suo compatriota: in Italia restò due anni tra la A e la B, tra le magie e il tramonto, prima di ritornare in Sud America.

Da allora, per mezzo secolo, la storia degli uruguaiani al Palermo è rimasta ferma prima di tornare con forza nel nuovo millennio dove ha avuto diversi protagonisti a cominciare da Edinson Cavani sbarcato poco più che ragazzino nel 2007 e diventato un campione di livello internazionale: per lui 3 stagioni e mezzo in totale con 117 partite e 37 reti restando nel cuore dei tifosi. Anche Abel Hernández è stato un grande protagonista della storia recente del club: il suo bottino è fatto di sei stagioni e mezzo tra il 2009 e il 2014 e una promozione nell’unico anno di serie B, in totale 111 presenze e 31 gol. Una solo stagione amara è stata invece quella di Egidio Arévalo Ríos nel 2013 con la retrocessione in B. Fugaci apparizioni sono state anche quelle di altri “charrúas” che sono transitati dalla Sicilia per un breve arco di tempo negli ultimi anni senza lasciare traccia: Guillermo Giacomazzi, Ignacio Lores Varela, Sebastián Sosa, Matías Aguirregaray.

Il timbro Uruguay a Palermo si è avuto anche sulla panchina e, oltre ai già citati Faotto e Puricelli, bisogna ricordare l’esperienza di Diego López come terzo allenatore della disgraziata annata 2016-17, l’ultima in serie A, prima di un declino inarrestabile che ha portato alla retrocessione e dopo al fallimento di uno dei club più importanti d’Italia che adesso attende gli sceicchi e sogna in grande.