DI CARLO RENDA

Non li tengono più. Dal 13 giugno migliaia di indigeni dell’Ecuador protestano in strada contro il Governo del presidente conservatore Guillermo Lasso. Reclamano riforme economico-sociali, ma banalmente tutto è scoppiato per il carovita e in particolare per l’aumento insostenibile dei costi dei carburanti. Le richieste vanno da un freno al costo della benzina al calmiere su beni di prima necessità come farina e olio, fino ai sussidi alle famiglie più povere. È un paese che ribolle. A Quito, nell’undicesimo giorno di proteste, il tentativo di assalto al Parlamento. La polizia interviene, disperde i manifestanti, nei disordini muore un uomo di 39 anni. È almeno il quinto. Come lui, nei giorni scorsi, Byron Guatatoca, un leader indigeno, colpito a morte da un lacrimogeno; e prima ancora un uomo finito in un burrone, altri due deceduti su ambulanze che non riuscivano a superare i blocchi stradali. A Puyo, paesino dell’Ecuador centrale, avamposto della regione amazzonica, le autorità non controllano più la situazione. Saccheggi alle attività commerciali, l’assalto alla stazione di polizia, agenti messi in fuga e semplicemente un ordine pubblico ormai inesistente. A Warints, sud-est del Paese, vicino al confine col Perù, gli indigeni Shuar combattono per proteggere la loro terra. La comunità Maikiuants, racconta la Reuters, resiste alla miniera di rame. Molti nel paese sono favorevoli, per i posti di lavoro che creerà, non così i Maikiuants: “Qui abbiamo cascate, fiumi, medicine. Qui abbiamo carne. Per noi l’estrazione mineraria non è sviluppo. Per noi, la foresta è vita, è il mercato”. Per l’industria è invece l’occasione per rincorrere la crescente domanda di minerali come nichel, cobalto, litio, rame che sono centrali nelle produzioni intensive della transizione energetica. Il Governo vuole crescere nell’attività estrattiva, stima che l’export possa generare profitti per 40 miliardi di dollari. Un decreto varato da Guillermo Lasso facilita le concessioni alle multinazionali che puntano sull’Ecuador. Gli indigeni però vogliono custodire la più grande foresta pluviale al mondo e contestano di non essere stati consultati preventivamente dalla politica e dall’industria. Secondo Global Forest Watch, le due province amazzoniche di Morona Santiago e Zamora Chinchipe, che comprendono la Cordillera del Condor, hanno perso insieme più di 44.000 ettari di foresta negli ultimi 20 anni. Ci sono tutte queste anime nella protesta guidata dal Conaie, la temuta Confederazione delle Nazionalità indigene dell’Ecuador che dal 1986 si fa portavoce delle rivendicazioni sociali ed economiche delle minoranze etniche – gli indigeni sono il 25% dei 17,5 milioni di ecuadoriani – e dal 13 giugno ha preso di petto il Governo Lasso per l’inadeguatezza nella risposta all’impennata dell’inflazione, alla disoccupazione, ai livelli crescenti di corruzione, e così via. Le manifestazioni sono partite pacifiche e hanno progressivamente portato al blocco di strade e di intere città, agli scontri con le forze dell’ordine, allo stato d’emergenza prima nella provincia di Pichinchia, quella della capitale Quito, poi le province coinvolte sono diventate altre 5. Cinque, come i morti che si contano finora. Tra questi, Byron Guatatoca, era un leader indigeno, colpito a morte da un lacrimogeno; un uomo è finito in un burrone, altri due sono morti su ambulanze che non riuscivano a superare i blocchi stradali. Molti di più i feriti, tra i manifestanti e tra i poliziotti, ancor maggiore il numero degli arresti. Perché il Governo è corso ai ripari, dando più poteri di intervento alle forze dell’ordine, convinto che la protesta sia ormai infiltrata dalle bande criminali. Lasso, oltretutto, personalmente alle prese col Covid, ha tentato anche di dare qualche risposta ai manifestanti, promettendo di ritoccare i sussidi alle famiglie più povere, con sovvenzioni sui fertilizzanti, un condono fiscale, più fondi per istruzione e sanità, uno stop imposto ai prezzi di carburanti ed energia. A seguito delle proteste, aveva fatto sapere il Governo via Twitter, si consentiva “alle organizzazioni sociali guidate da Conaie di incontrarsi nell’agorà della Casa della Cultura Ecuadoriana”. Si chiedeva, in risposta, ”la libera mobilità delle persone e delle merci e che la protesta sociale si compia nel rispetto della legge”. Tutto questo poco prima del tentativo di irruzione in Parlamento. Poco prima di un’altra vittima in strada. E la protesta va avanti.