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DI FEDERICA OLIVO

Da Nord a Sud, si gioca sul filo del rasoio il ballottaggio di domenica. E per tre città passa il possibile recupero del centrosinistra, rispetto a un primo turno che aveva visto vittorioso il centrodestra. A Verona, Parma e Catanzaro, Lega, Fratelli D’Italia e i loro alleati non hanno da dormire sonni molto tranquilli. Sicuramente non riposa serenamente Federico Sboarina, sindaco uscente e ricandidato a Verona. Arrivato secondo al ballottaggio, con un 32,7%, è atteso alla sfida con Damiano Tommasi candidato civico – come va ripetendo spesso – sostenuto dal centrosinistra. Tommasi, ex calciatore – qualcuno lo ricorderà con la maglietta della Roma – al primo turno ha portato a casa quasi il 40% dei voti. E sta tentando l’impresa: quella di prendersi una città storicamente di destra. A Catanzaro il centrodestra ha vinto al primo turno, ma al ballottaggio il risultato potrebbe essere ribaltato. A Parma, invece, il centrosinistra è abbondantemente in vantaggio. Situazione inversa a Lucca, dove un centrodestra che include Casapound e i no green pass potrebbe prendersi la città, dove il centrosinistra è uscito in vantaggio dal primo turno. A sorpresa, a Como, il centrodestra al ballottaggio non c’è.

La partita all’ombra dell’Arena fa paura al centrodestra, tant’è che Matteo Salvini non è tornato in città per sostenere Sboarina al secondo round. E lo stesso ha fatto Giorgia Meloni. La città, però, è nei pensieri di entrambi i leader. Che hanno provato, senza successo, a mettere la pace tra il sindaco uscente e il terzo classificato al primo turno. Non un volto qualsiasi, ma quello di Flavio Tosi. Ex leghista, ex sindaco della città scaligera, aveva raccolto al primo turno un bel 23,8%, sostenuto da Forza Italia – a cui si è iscritto – e Italia Viva. Il suo pacchetto di voti farebbe molto comodo a Sboarina che, però, ha rifiutato l’apparentamento delle liste.

Di tutta risposta, Tosi si è lanciato in una serie di post in cui attacca il sindaco uscente e accusa lui e i suoi di arroganza. “La vittoria o la sconfitta di Sboarina al ballottaggio saranno ascrivibili alle scelte dello stesso Sboarina”, avverte. Che, se non è un “andate al mare”, poco ci manca. Gli uomini del sindaco uscente confidano nel fatto che, al netto dell’allontanamento di Tosi, gli elettori moderati di centrodestra sceglieranno comunque Sboarina: “Escludendo i sostenitori di Italia Viva, il 99% di chi ha votato Tosi ha gli stessi valori di chi ha optato per il sindaco uscente”, sostiene uno dei suoi. E c’è chi sospira: “Ah, se ci votassero tutti arriveremmo al 60/62%”. Una soglia al momento irraggiungibile, per toccare la quale Sboarina spera anche nei voti di Alberto Zelger, noto ex leghista e no vax – e non solo, è quello che aveva chiesto di revocare la cittadinanza onoraria a Saviano, per dire – che ha preso circa il 2%. E che per offrire il sostegno al sindaco ha chiesto in cambio un fondo per curare i presunti danni da vaccino anti Covid.

Vista l’antifona, Sboarina sta conducendo una campagna elettorale sulla difensiva. Fatta di slogan come “non lasciare Verona nelle mani della sinistra”. Sinistra che, nell’ordine, secondo lui farebbe arrivare nella città “i campi rom, i clandestini, il degrado e gli abusivi”. Venerdì sera ha concluso il tour con una passeggiata per la città. Senza palchi, in perfetto Tommasi style (ma guai a paragonarlo al rivale, non la prenderebbe molto bene). Tommasi, dal canto suo, giovedì ha ricevuto la visita (e l’endorsement) di Beppe Sala. Non raccoglie le provocazioni del sindaco uscente.

Ad HuffPost, che lo raggiunge per pochi minuti tra un’iniziativa e un’altra dell’ultimo giorno di campagna elettorale, risponde: “La politica dell’esclusione e del contrasto ha allontanato tante persone dalla cosa pubblica. Noi guardiamo alla politica delle cose da fare, in modo positivo, senza giocare sulle paure delle persone. E sentiamo la responsabilità di questo percorso”. Come immagina la ‘sua’ Verona? “Con un ruolo più importante a livello nazionale e internazionale. Con la mia squadra ci stiamo impegnando fino alla fine. Senza parlare negativamente di nessuno”. Ecumenico, quasi. Non a caso piace a una parte dei cattolici. Beninteso, non a quelli che seguono il vescovo che ha invitato a non votare ‘per chi sostiene il gender’. Ad ogni modo, la scalata verso il Comune in questa roccaforte di destra si preannuncia quantomai incerta.

La partita di Verona è la più interessante, ma ce ne sono altre mica da poco. Guardiamo a Catanzaro, ad esempio, dove si sfidano due docenti universitari: Valerio Donato e Nicola Fiorita. Il primo è un civico che, dopo aver abbandonato pochi mesi fa il Pd, ha imbarcato il centrodestra, con l’esclusione di Fratelli d’Italia. I meloniani, dopo aver candidato Wanda Ferro, comunque lo sosterranno al ballottaggio. Portando in dote almeno una parte del 9% preso al primo turno. Il secondo, Fiorita, invece, guida la coalizione del centrosinistra e ha incassato per il ballottaggio il sostegno di due delle tre liste di Antonello Talerico, centrista che al primo turno aveva portato a casa un discreto 13%. Nessuno dei due ha fatto apparentamenti. A guardare i numeri del primo turno, il centrodestra ha un certo vantaggio. Donato il 12 giugno è arrivato primo, con il 44%, a dispetto del 37% del rivale.

Ma chi osserva da vicino le dinamiche cittadina racconta come in realtà la partita di domenica 26 è apertissima, perché le quotazioni del secondo classificato sono in salita. C’è maretta, per quanto tenuta ben lontana dalle cronache nazionali, infatti, tra i candidati non eletti nelle file del centrodestra. Molti, spiegano i ben informati, non hanno apprezzato il fatto che le liste sono state fatte in modo che fossero, in molti casi, rieletti i consiglieri uscenti, a scapito di tutti gli altri. Il malumore è tale che alcuni dei non eletti starebbero mostrando un avvicinamento a Fiorita. Quest’ultimo, però, se anche riuscisse nell’impresa di strappare la città alla destra il capoluogo che per quattro sindacature è stato governato da Sergio Abramo, avrebbe nelle mani una città quasi ingovernabile.

Perché Donato ha già vinto a metà. Senza apparentamenti, infatti, il consiglio comunale è già formato. E la maggioranza è già nelle mani del centrodestra. Che, se volesse, potrebbe bloccare i lavori. “Qualche elettore potrebbe tenere in considerazione questo elemento”, sussurra con molto realismo un veterano del Pd locale. Ma i due candidati temono più di tutti l’astensionismo. Perché entrambi sanno che l’esito dipenderà da quante persone andranno a votare e che molti consiglieri che già sono stati eletti non hanno continuato la campagna elettorale per il centrodestra. Non è un caso se sia Fiorita che Donato hanno concluso la campagna elettorale non in centro, ma a Catanzaro Lido. Perché, racconta chi segue le dinamiche da vicino, “i residenti del centro nel weekend si spostano verso le spiagge, quelli del Lido non devono allontanarsi per andare al mare”.

La città veneta e il capoluogo della Calabria sono in bilico. Non si può dire lo stesso, a meno di sconvolgimenti dell’ultimo minuto, per Parma. Il candidato di centrosinistra, Michele Guerra, al primo turno ha incassato il 44% dei voti. Assessore alla Cultura per la giunta Pizzarotti, sfida Pietro Vignali, che della città dei Farnese è stato sindaco, per Forza Italia, dal 2007 al 2012. A sostenere Vignali in questa nuova discesa in campo, gli azzurri e la Lega. Non era tra le sue file Fratelli d’Italia che, però, farà votare per lui al ballottaggio. Al primo turno Vignali si è fermato al 21%. Per una questione di matematica, il 7% di Fratelli d’ Italia non è sufficiente per la rimonta. Ma fino alle 23 di domenica tutto è possibile. Parma, insieme con Verona, è una spina nel fianco per Salvini. Con la differenza che se dalla città Scaligera il segretario della Lega si è tenuto ben lontano in queste settimane, a Parma si è fatto vedere. Il 20 giugno la città emiliana è stata la location della terza tappa de l’Italia che vogliamo. Un’iniziativa che il Carroccio chiama “viaggio di ascolto”. “A Parma la scelta di Fratelli d’Italia ci impedisce di vincere al primo turno”, aveva borbottato l’ex ministro dell’Interno a ridosso del 12 giugno. Segno di un malumore che, molto probabilmente, non sarà mitigato dal risultato del ballottaggio.

Potrebbe essere ribaltato, invece, l’esito del primo turno a Lucca. Nella città toscana il 12 giugno ha avuto la meglio, con il 42,7%, Francesco Raspini, candidato del centrosinistra e già assessore alla Sicurezza. Il candidato di centrodestra, Mario Pardini, è arrivato secondo con il 34,2%. Per tentare la rimonta, Pardini ha fatto una scelta che ha destato malcontento e clamore: oltre ad accettare il sostegno dei no green pass, si è apparentato con Fabio Barsanti, storico esponente locale di Casapound. Che, candidato a sindaco in coalizione con Italexit ha preso il 9%. Una decisione, questa, che ha creato malumori in Forza Italia, al punto che il deputato Elio Vito ha lasciato posto e partito. La nuova discesa in campo di Barsanti – uno che, per intenderci, alla domanda “lei è fascista?”, fatta su una tv locale, rispondeva “sì, sì, sono un fascista del terzo millennio” – ha fatto salire i toni della campagna elettorale. A questo fritto misto di centrodestra si è unito anche Massimiliano Bindocci, che nella consiliatura che sta per finire rappresentava il Movimento 5 stelle. Alla faccia della coerenza. La sfida nella città del Comics sarà all’ultimo voto, con la sinistra più radicale che è ‘disposta’ a votare formazioni più moderate pur di non correre il rischio di vedere un neofascista in consiglio comunale. Per il candidato di centrosinistra è sceso in campo direttamente Enrico Letta, che ha scelto la città toscana per chiudere la campagna elettorale, venerdì. Sul palco con lui c’era Carlo Calenda, che ha dovuto prendere le distanze dal candidato che sosteneva. Alberto Veronesi, aspirante sindaco per Azione, Iv e +Europa, ha pensato bene di dare sostegno al candidato di centrodestra. L’idea che l’uomo su cui puntava fosse dalla parte di una compagine in cui c’è anche Casapound ha fatto drizzare i capelli al leader di Azione. Che, con la presenza di ieri, ha messo le cose in chiaro. La sfida, comunque, nella bella città toscana è aperta e sul campo non ci sono certezze.

C’è poi Como, dove non esiste partita. Nel senso che, prima volta nella storia, il centrodestra è fuori dal ballottaggio. Giordano Molteni, il candidato di Salvini – che scherzava sull’omonimia con il suo fedelissimo Nicola – per una manciata di voti non è arrivato al ballottaggio. La sfida sarà tra Barbara Minghetti, candidata del centrosinistra, e Alessandro Rapinese, civico. Minghetti al primo turno ha preso quasi il 40%. Se vincesse, sarebbe una delle poche donne sindaco di questa tornata elettorale.