Luigi Di Maio (Depositphotos)

di Maurizio Guaitoli

Ma, allora, dalle scie chimiche è spuntato davvero un pianeta alieno? Sì, a quanto pare. E si chiama Luigi (Giggino, confidenzialmente) Di Maio. Il problema è che quell’asteroide vorrebbe assomigliare alla Terra: tutto sta a capire come spera di farlo. Ovvero, in che modo il neonato dimaismo occuperà un suo spazio all’interno dell’attuale quadro della politica italiana che si può definire “frattale”, equiparabile cioè a un oggetto geometrico, tipo il volgare broccolo, il quale ripete identicamente la sua forma-base nelle varie scale di grandezza, nel senso che ingrandendo una sua parte qualunque si ottiene una figura simile all’originale. Vedere per credere. Ad esempio, i numerosi partitini che compongono il broccolo centrista sono tali e quali al blocco primigenio stesso, con gli uguali difetti e gli assai scarsi pregi.

Nel senso che tutti, ma proprio tutti, al loro interno ripetono lo schema desueto di nascere da un corpo più grande, al fine di assecondare i sogni di qualche personalità egotica scissionista, per poi assomigliare in tutto e per tutto all’originale negli identici difetti costruttivi, che la scissione stessa tendeva a cancellare, creando un’alternativa di consenso più o meno vasto. Il che, invece, non si verifica mai. Infatti, si prenda quanto accaduto nella quarantennale storia dei post comunisti e, più di recente, con Forza Italia. Con ogni probabilità, anche le scaglie del Movimento di Beppe Grillo tenderanno a configurarsi secondo il suddetto modello geometrico. Quasi seguissero una legge matematica e non una volontà autonoma e indipendente della politica.

Ora, poiché alcune personalità individuali e collettive hanno la tendenza a dilatare a dismisura le proprie membrane egotiche, la loro fine è quella della Rana di Fedro che implode per aver voluto assomigliare al bue. Nel caso storico della Rana-Grillo, il propellente iniziale (una sorta di gas-elio dell’Io) ha coinciso con un forte successo elettorale del M5s, gratificando così le leadership grilline ipertrofiche e megalomani. Le quali, però, una volta asceso l’Everest del gradimento popolare, sono precipitate rovinosamente a valle (per grave emorragia di consensi) dopo aver bruciato tutto il loro carburante demagogico nelle sabbie mobili della governabilità. Stessa sorte era toccata in precedenza alla coppia Matteo Renzi e Matteo Salvini, in corrispondenza di due momenti diversi ma quantitativamente identici, per aver creduto di essere diventati pesanti come un pachiderma, grazie al 40 per cento dei consensi ricevuti dai loro rispettivi partiti in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, svoltesi a cinque anni di distanza l’una dall’altra.

Nel 2014, fu il turno per primo di Matteo Renzi, finito poi in polvere a seguito del suo naufragio personale sul referendum costituzionale del 2016. Nel 2019 toccò invece a Matteo Salvini, che ripercorse incautamente le orme del suo predecessore auto-affondandosi, dopo l’ubriacatura così detta del “Papeete”, assieme al Governo gialloverde tra Lega e Movimento cinque stelle. Oggi, Italia viva è, appunto, un’immagine frattale del Pd, come Lega e cinque stelle lo sono del broccolo populista originario. Ora, è vero che gli elettori hanno in genere una memoria assai corta, ma un alieno resta pur sempre tale come denunciano i suoi tratti somatici.

E quelli di Luigi Di Maio non sono per nulla trascurabili. Della rana “dimaista”, gonfiatasi a dismisura con il sorprendente successo elettorale del 2018, rimangono scolpiti per sempre nella memoria collettiva di questo disgraziato Paese le rodomontate populiste dell’uscita dell’Italia da Ue, Nato ed euro. Altra clamorosa balla ipertrofica del Di Maio pensiero fu la richiesta di impeachment nei confronti del presidente Sergio Mattarella, reo di aver depennato il nome di Paolo Savona dalla lista dei ministri presentata dal neo designato Giuseppe Conte.

Per non parlare della solidarietà espressa nel 2019 da “Giggino”, allora addirittura Vicepresidente del Consiglio all’epoca del Conte-I, ai leader populisti e violenti della protesta dei gilet gialli francesi, costata una temporanea rottura diplomatica con l’Eliseo di Emmanuel Macron. Per terminare, infine, con quell’altra clamorosa e infelice uscita sul balcone di Palazzo Chigi (che ha dato modo ai cronisti politici di ironizzare sul ritorno al famoso Ventennio, quando c’era “Lui”!) al grido dimaista “abbiamo abolito la povertà”, grazie all’introduzione nel Defdel ”Reddito di cittadinanza e di ”Quota 100” per i trattamenti pensionistici. Misure queste ultime rivelatesi assolutamente demagogiche e distruttive per i bilanci pubblici italiani, per non aver creato né redditi da lavoro (tranne che per 60mila sprovveduti Navigator privi di bussola), né beneficiato i veri poveri. Oggi, con la sua uscita dal Movimento, Di Maio rivoluziona in modo del tutto conservatore l’utopia rivoluzionaria di Grillo-Casaleggio, tornando a quella casella di partenza che fa da base a tutti i movimenti centristi moderati.

È da presumere che avrà un peso fortemente negativo sulle sorti future del Movimento la dismissione totale del dogma “Uno-vale-Uno” che, in quel linguaggio utopico originario, voleva semplicemente garantire pari diritti a tutti gli iscritti alla Piattaforma Rousseau, che potevano in tal modo autocandidarsi e scegliere direttamente”, attraverso un semplice voto online, i propri rappresentanti a tutti i livelli di governo. In ossequio al mito della Casa di vetro, anche il confronto politico post elettorale con le altre forze politiche doveva poi avvenire in diretta streaming.

Nel 2018, per le molte migliaia di aspiranti candidati del Movimento fu sufficiente garantirsi una manciata di “like” a testa da parte di iscritti “regolari” alla Piattaforma Rousseau, per avere diritto a essere inseriti per ordine di preferenza nelle liste nazionali bloccate di Camera e Senato. A seguito dell’effetto-valanga di consensi ottenuti, il Movimento mandò così in Parlamento centinaia di personaggi perfettamente sconosciuti (e incompetenti), eletti grazie a decine di milioni di “descamisados” che votarono per le liste relative, trascinati dai “Vaffa” di Beppe Grilloe dagli slogan ”antileadership e anti-tutto del duo Di Maio-Di Battista.

E tutto ciò si è reso possibile in virtù della legge elettorale in vigore, che dà i pieni poteri discrezionali ai leader di partito e alle loro Segreterie politiche di inserire candidati graditi in liste nazionali bloccate, sottraendoli così alla ghigliottina delle preferenze. Ma se, oggi “Uno non vale più uno” e il merito in politica è praticamente tutto, perché gli allora milioni di disgustati dal sistema e inferociti contro le ingiustizie della globalizzazione dovrebbero rivotare quegli stessi leader che hanno oggi voltato loro le spalle?

Dove andranno la stragrande maggioranza di quegli elettori della prima ora, visto che anche il Movimento residuale di Giuseppe Conte ha scelto la forma verticistica del potere, con nomine dei responsabili calati dall’alto e lo smantellamento anche della più remota parvenza di organizzazione territoriale, come furono i “Meet-Up”prima e immediatamente dopo il 2018? Oggi, Di Maio 2022 smentisce, non riconosce e rinnega il suo clone del 2018, censurando sdegnosamente le possibili forme antigovernative della fronda grillina: per l’attuale ministro degli Esteri, l’Italia non può che stare in Europa, nella Nato e nell’Euro e deve sostenere la resistenza ucraina anche con l’invio di armi pesanti. Però, così facendo, il nascente dimaismo si ritrova nell’affollata compagnia di centristi ed europeisti convinti di lungo corso, come Calenda, Renzi, Bonino, Mastella, Foti, Carfagna, e così via dicendo.

E perché quindi, il neonato minibroccolo dimaista dovrebbe prendere più degli altri suoi simili alle elezioni del 2023? E che fine farà quel popolo del 2018 sedotto dalla coppia Di Maio-Di Battista? Non è difficile prevedere che confluirà quasi tutto nel grande mare (fisico e ideale) indistinto dell’astensione, dato che nel frattempo non nascerà di certo un altro Messia o pastore cosmico del calibro di Beppe Grillo, Garante di se stesso! Perché, poi, tutti i Masaniello diventano “governisti” quando si scaldano al sole del Denaro e del Potere.