Tra veti e sospetti, il percorso della cosiddetta “area Draghi” parte in salita. Il leader dem Enrico Letta ha già fatto intendere che nel perimetro delle alleanze per il voto del 25 settembre non ci sarà spazio per i Cinque Stelle. Parole, le sue, che non sembrano però aver fatto presa su Carlo Calenda convinto, in cuor suo, che dietro il niet del Nazareno ci sia, in realtà, una porta socchiusa ai grillini.

“Gli interventi della direzione del Pd erano nell’ottica di dire che sono meglio i 5 Stelle che Calenda“, ha osservato, non a caso, il leader di Azione riferendosi alla rivendicazione dell’ex premier sulla bontà del lavoro fatto, in tre anni di governo, insieme con il Movimento. “No a populisti di ogni colore” il suo monito. Toni duri, che ricalcano in qualche modo quelli usati dal segretario di Italia Viva Matteo Renzi il quale continua a dirsi pronto ad andare da solo denunciando i “veti per antichi rancori personali” che qualcuno, in casa dem, avrebbe posto su di lui e sul suo partito.

Nel frattempo è in fase avanzata il dialogo tra lo stesso Letta e l’ex grillino Luigi Di Maio il quale ha incassato l’endorsement del sindaco di Milano Beppe Sala. Il fondatore di Insieme per il Futuro punta a creare una lista civica che porti il suo nome, da affiancare a quella dei Democratici e Progressisti per l’Italia 2027 annunciata da Letta durante la direzione del Pd. Su Di Maio, però, come noto, pesa l’ostracismo di Calenda. Con Sala che, dal canto suo, sbotta: “Non è il momento dei veti”. Insomma: l’unità del centrosinistra, al momento, si presenta come una chimera.