Lisbona (foto Depositphotos)
di Daniele Mastrogiacomo
LISBONA – Sulla sponda sinistra del Tejo (Tago, in italiano), il fiume che scorre davanti a Lisbona, sorge un luogo magico dove si può accompagnare il sole che tramonta verso l’Atlantico. Ci si arriva prendendo il traghetto, un vecchio barcone in ferro, dipinto di giallo, che ogni venti minuti, come un orologio, con la nebbia d’inverno e le raffiche di vento caldo l’estate, fa la spola tra Casillas e Cais de Sodré, sul lato della città. Raggiungerlo è semplice. Vale la pena: si percorre meno di un chilometro a piedi costeggiando il fiume sulla vecchia banchina dove i barcaioli per secoli sbarcavano le spezie, i tessuti, le sete, le sementi portati dai velieri fin qui da tutto il mondo.
I depositi che si affacciavano sul marciapiede ancora fatto di pietra nera oggi sono diroccati e abbandonati. Ma sui muri gli artisti di strada hanno lasciato la loro impronta con graffiti e disegni che raccontano le gesta di un tempo. Ed è qui, al Ponto Final, che chi scrive ha trovato il suo approdo dopo mezzo secolo di viaggi in tutto il Pianeta. L’essere nato all’estero, aver vissuto gran parte del tempo in paesi stranieri e averli poi scoperti per motivi di lavoro, aiuta ad aprire la mente. Allarga gli orizzonti, rafforza la capacità di adattamento, sprigiona la fantasia. Sarebbe stato impossibile fare un mestiere come il giornalista che oltre a un’innata curiosità presuppone abitudine al cambiamento e all’improvvisazione.
Lisbona è stata una scelta istintiva. Quantomeno per ragioni linguistiche. Era il logico approdo dopo cinque anni vissuti in Brasile. Ma c’era dell’altro. Il giusto equilibrio tra efficienza e libertà. Regole chiare, leggi rispettate, diffuso senso civico. Ciò che è pubblico ti appartiene, lo difendi. Le strade sono pulite, i parcheggi sufficienti a ospitare le auto. I collegamenti garantiti da una rete di trasporto che risale al 1901. Con i suoi famosi tram che sfilano sulle rotaie sfiorando spesso i vecchi palazzi decadenti. I bus sono ecologici, viaggiano a gas; una metropolitana garantisce i collegamenti sulle grandi direttrici. Treni regionali e a lunga percorrenza uniscono i quartieri della cintura esterna e i paesini che sorgono sulla costa occidentale, fino a Estoril, Cascais, i castelli rinascimentali di Sintra. I taxi hanno prezzi equilibrati, Uber e altre compagnie private offrono servizi alternativi senza danneggiare quelli pubblici. C’è integrazione. Umana e materiale.
A ragione, Lisbona è considerata oggi la città più vivibile di tutta Europa. Invasa dagli inglesi, sconfitta dai francesi di Napoleone, inglobata dagli spagnoli, per secoli dominata dai mori del nord Africa che estendevano il loro vasto impero fino a El Andalus in Spagna, è stata completamente distrutta da un incendio provocato da uno tsunami nato a sua volta da un violento terremoto. Era costruita quasi tutta in legno e questo ha facilitato i roghi che l’avvolsero nel giro di poche ore. Si è salvato solo il quartiere di Alfama che ancora oggi conserva il suo aspetto arabo: si proietta verso il fiume da una delle sette colline in una ragnatela di vicoli che ospitano il vecchio suk. Qui resistono i bagni pubblici e le grandi vasche ornate dagli azulejos dove le famiglie possono ancora lavare vestiti e lenzuola. Le note del fado, la melanconica musica popolare portoghese, si irradiano tra le stradine scoscese. Escono dalle case, due stanze al massimo, che si affacciano su budelli in pietra dura fino a raggiungere un museo che racconta la sua storia.
In dieci anni, Lisbona ha cambiato il suo aspetto. Oggi è il cuore del digitale in Europa. E’ abitata da 150 mila stranieri, su una popolazione di 501 mila; è giovane, una media di 45 anni; è dinamica, plurietnica per via delle sue ex colonie che spaziavano da Timor, a Macao, al Mozambico, all’Angola, Guinea Bissau, Capo Verde e l’indiana Goa. I prezzi sono contenuti: per favorire i salari bassi e per evitare le speculazioni che la presenza di milioni di visitatori l’anno innestano spontaneamente. Prevale il rispetto dell’altro, la tolleranza è garantita da una convivenza che si basa sulla difesa della propria libertà. Un valore molto nordeuropeo che qui, paese comunque a cavallo tra Mediterraneo e Atlantico, si esprime con una solidarietà che affonda sui fasti di un impero che dominava il mondo. Non è un caso se il Portogallo ha vissuto l’unica rivoluzione senza una goccia di sangue. Ha chiuso 40 anni di dittatura. Lo ha fatto in pace. Mettendo dei garofani sui fucili al posto delle pallottole.
Questo rito si celebra in piazza ogni 25 aprile, data che ha assegnato il nome al grande ponte in ferro sospeso tra le due sponde del Tejo, il più lungo d’Europa, realizzato dalla stessa impresa del Golden Bridge. Garantisce il collegamento, sia su rotaia sia in auto, con i sobborghi di Almada e la cittadina costiera di Caparica. Ci sono le mense dei poveri, e. Decine di teatri, musei, centri espositivi, rassegne, mostre punteggiano il lungo fiume tra bar, alberghi d’epoca e stazioni del primo 900 completamente ristrutturati nel loro aspetto originario. I più grandi e famosi design e architetti al mondo l’hanno disegnata con altri ponti e opere all’avanguardia.
Esistono un museo delle acque, un orto botanico dove si raccolgono le energie della natura abbracciando gli alberi, un ponte futurista che si illumina con i tuoi passi. Tra i vecchi depositi delle merci oggi trasformati in palestre, ristoranti e uffici, sorgono piste ciclabili, pedestri solcati da centinaia di sportivi. Ci sono strade e quartieri dove si esprimono i migliori street art del mondo. Migliaia i bar e locali che offrono ogni tipo di musica, come i mercati trasformati in centri di degustazione gastronomica; domina il verde, punteggiato dai parchi con i chiostri in stile decó dove è possibile sorseggiare un caffè o bere una birra, parlare con amici, fare conoscenze. Le più antiche librerie europee costellano le vie del centro: qui Fernando Pessoa scriveva le sue poesie e il Nobel José Saramago tracciava i libri che sfuggivano alla censura del dittatore Salazar.
Il tempo, a Lisbona, è una misura relativa. Nessuno strimpella il clacson, nessuno urla: eppure si ride, si beve, si grida. Le risse sono un’eccezione, si preferisce chiarire. I pedoni hanno la precedenza assoluta. Davanti alle strisce c’è lo stop obbligatorio. C’è il mare, che purifica anima e fisico, e ci sono le onde più grandi al mondo. E’ il paradiso dei surfisti. Le spiagge, tante, larghe, pulite, sono accessibili a tutti. Perché sono pubbliche, nessuno si sogna di far pagare un ingresso. I ristoranti che sorgono sulla costa ti avvertono con un messaggio quando si libera il tuo tavolo. Domina il rispetto. Il Punto finale dove riprendere fiato. Per fermarsi o capire che una vita diversa è possibile.