Mario Draghi (foto depositphotos)

di Giuseppe Colombo

Mario Draghi è scomparso. Non da palazzo Chigi, dove anzi è al lavoro sul decreto Aiuti bis che in settimana distribuirà 14,3 miliardi ai cittadini e alle imprese. È diventato invisibile, anzi un intralcio, nei ragionamenti dei partiti che l’hanno scelto e osannato per diciassette mesi e che adesso, dopo appena una decina di giorni dalla caduta del governo, si sono lanciati in una campagna elettorale dove la stragrande maggioranza delle proposte è l’esatto opposto di quello che il premier uscente ha portato avanti. Con il loro sostegno, quasi sempre non solo incondizionato ma definito addirittura salvifico. Ci sono alcune eccezioni, d’altronde la frattura politica che si è creata con la fine dell’esecutivo non ha registrato la stessa intensità dentro i partiti. Italia Viva, ad esempio, va tenuta fuori da questo discorso perché per Matteo Renzi è Draghi o morte. Il Pd e Azione hanno tra i loro punti programmatici molti di quelli che appartengono all’agenda Draghi, ma sarà la loro messa a terra a dire quanto sono vicini e l’esito della declinazione è tutt’altro che scontata. E la questione diventa ancora più problematica se il progetto si dovesse allargare a sinistra perché alla fine bisognerà dire sì o no al rigassificatore a Piombino e su questo Fratoianni non la pensa come Calenda. Al di là di queste sfumature, il dato comune a tutti i partiti è come si sta configurando questo addio. Ha dentro un grande rischio dato che la cura dell’ex presidente della Bce ha portato l’Italia a essere molto più protetta di altri Paesi, a iniziare dalla Germania, dal rischio recessione che preme sul prossimo autunno. E questo lo dice un Pil che nel secondo trimestre è avanzato dell’1% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, tirando la crescita acquisita per quest’anno al 3,4%, e anche i dati sul mercato del lavoro, con il record storico del tasso di occupazione che va anche oltre il recupero dei livelli pre Covid.  

Si potrà obiettare che ci sono le elezioni e che ogni partito o coalizione è legittimato (anzi è un dovere farlo) a presentarsi con un proprio programma ed è altrettanto legittimo sostenere che le proposte alternative per il Paese possono essere valide. Tuttavia lo stato di salute dell’economia italiana, con una guerra in corso, inviterebbe a proseguire sul sentiero tracciato da Draghi, magari anche a migliorarlo perché alcune cose, come la tassazione sugli extraprofitti delle società energetiche, non si stanno rivelando effficaci come invece si pensava. Insomma il grado di distacco dall’agenda Draghi marca quanto meno la possibilità di dissipare un tesoretto fatto di fiducia e affidabilità, sui mercati come in Europa, che c’è e che è stato costruito con un’altra traccia rispetto a quella contenuta in molti delle idee e dei programmi elettorali che circolano in queste ore. Con la considerazione aggiuntiva che forzare la mano su alcuni dossier, dalle pensioni alla flat tax, significa sconfessare anche quella mediazione che per un anno è mezzo si è sostenuta, comunque accettata, permettendo alla macchina di non sbandare. Vale ad esempio per la Lega: quota 102 non è la stessa cosa di quota 41. La prima soluzione, passata con Draghi al governo, significa spesa pubblica aggiuntiva esigua, solo un anno di flessibilità e soprattutto non mettere in bilico il principio della riforma Fornero, cioè l’allungamento dell’età pensionabile unita a una riduzione della spesa e quindi del debito. La seconda impatta sulle casse pubbliche in maniera imponente, è una controriforma rispetto alla Fornero perché strutturale, apre allo scontro con Bruxelles proprio nei mesi in cui si deciderà il nuovo Patto di stabilità. Ma veniamo ai singoli contenuti.

Tasse – Draghi si appresta a tagliare il cuneo contributivo nel nuovo decreto Aiuti e questa misura, insieme all’anticipo della rivalutazione delle pensioni, aumenterà i soldi nelle buste paga e nei cedolini di lavoratori e pensionati. In queste ore si sta valutando se rendere l’intervento selettivo, concentrando le risorse sui redditi medio-bassi, sotto i 35mila euro annui e negli scorsi giorni il premier aveva già annunciato un intervento più corposo sul cuneo nella legge di bilancio. Nel conto di quanto fatto va tenuta anche la riforma dell’Irpef, che guarda ai redditi medio-bassi. Qui la scollatura principale è quella della Lega, che rilancia l’allargamento della flat tax per le imprese da 65mila a 100mila euro (punto sostenibile), ma che vuole fare della tassa fissa il parametro per cambiare direzione alla riforma dell’Irpef che ancora deve tradursi nei decreti delegati. I 5 stelle cestinano una scelta fatta da Draghi e cioè fermare il cashback: figura nei nove punti che hanno portato alla rottura con il premier e sarà rilanciato nel programma per le elezioni del 25 settembre. Draghi l’ha cancellato perché rischia di accentuare la sperequazione tra i redditi, favorendo le famiglie più ricche, oltre al fatto che il beneficio al Pil non è significativo a tal punto da giustificare costi importanti. Il Pd è in continuità con Draghi perché punta a ridurre le aliquote medie effettive dell’Irpef sui redditi bassi e media. Ma anche i dem hanno qualcosa che li stacca Draghi: l’aumento progressivo della tassa di successione per dare una dote di 10mila euro ai diciottenni. Il premier l’ha già bocciata quando fu proposta a maggio, affermando che “non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”. Non che il premier sia contrario a un intervento sulle ricchezze, basta guardare alla sua impuntatura sulla tassa per gli extraprofitti delle società energetiche, ma quando si parla di redditi delle persone fisiche la storia cambia. E questo tema – la redistribuzione della ricchezza in tempi di inflazione elevata – è anche una delle questioni più scivolose per il prossimo governo. Bisogna scegliere se proseguire sugli aiuti orizzontali o se intensificare quelli selettivi. Scelta tutt’altro che facile perché guardare a chi soffre di più il carovita significa però necessariamente togliere risorse ad altri comparti – come le partite Iva e le imprese – che hanno un altro tipo di sofferenza, ma pur sempre sofferenza è. 

Pensioni – Si è detto di quota 41. Il Pd ha una posizione decisamente più soft, che passa dalla proroga delle finestre di Opzione donna e Ape sociale. Draghi stava preparando un impianto che teneva in piedi il principio dell’uscita anticipata, calibrato però sul metodo contributivo, quindi su un assegno decurtato, quindi su un’uscita anticipata sostenuta a livello finanziario dal lavoratore che vuole lasciare prima il lavoro.. Non dallo Stato. Passare da quota 102 a quota 41 significa cancellare la moderazione sulla spesa e caricarla sul debito, la stessa direzione che sottende la proposta delle pensioni minime a mille euro (in pratica un raddoppio rispetto all’importo di quest’anno) fatta da Silvio Berlusconi.

Lavoro – Salario minimo sì, ma non per legge, quindi niente 9 euro all’ora, ma agganciato alla contrattazione collettiva. La linea di Draghi, in questo caso spinta dal Pd, non scalda Salvini e comunque al massimo nella forma di tutela per chi soggetto a un contratto pirata. La priorità per il Carroccio è il taglio del costo del lavoro per le imprese, altro punto in contrasto con le politiche sostenute al governo con l’ex presidente della Bce che invece hanno privilegiato i lavoratori, con l’esonero contributivo inserito nell’ultima legge di bilancio e con il nuovo intervento previsto nel decreto Aiuti bis in arrivo. Quello tra lavoratori e imprese è un rapporto complesso quando di mezzo c’è l’inflazione e quindi il rischio di una spirale prezzi-salari. Draghi è riuscito a trovare un bilanciamento non esaustivo, anche perché il problema dei salari bassi in Italia esiste da trent’anni, e infatti il Patto sociale con i sindacati e con Confindustria non è sbocciato. Anche un pezzo importante dell’elettorato del centrodestra intercetta i lavoratori più fragili, quello del Carroccio non è solo un consenso da piccole e medie imprese. Spingere troppo sul lato imprese marca comunque una fedeltà alla parte più consistente del proprio bacino elettorale che non coincide affatto con la direzione sostenuta fino ad ora da e con Draghi. 

Energia – La gestione della politica energetica, dal gas alle rinnovabili, è in continuità con Draghi. Nessuno vuole tornare al metano russo e tutti i partiti, seppure con intensità differente, spingono sulla produzione nazionale e soprattutto sui rigassificatori. È però lo sviluppo di questa intenzione a determinare la continuità o meno con l’agenda Draghi. Dire sì ai rigassificatori non equivale a dire sì al rigassificatore a Piombino, dove quasi tutti i partiti sono contrari. Nel patto elettorale tra Pd, Azione e Più Europa si prevede “la realizzazione di impianti di rigassificazione nel quadro di una strategia nazionale di transizione ecologica virtuosa e sostenibile”. Una definizione troppo vaga per poter dire che è un sì a Piombino.