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di Alfonso Raimo

“Ci ha fatto il pacco e il contropacco. Ora vuole farci pure il contropaccotto”. La metafora cinematografica di un parlamentare è colorita, ma ha il dono della chiarezza. L’accordo con Calenda è a perdere: troppi posti a lui e ai suoi, ‘troppo’ Draghi, citato sei volte in 20 righe, insomma, la convinzione che il segretario rischi di subire il leader di Azione. L’effetto di Calenda sui Dem: il partito è una pentola a pressione.

Scoppia l’Emilia Romagna, scoppia la Campania. Sibilano le correnti interne. E non è solo la linea politica a soffrirne, è l’aritmetica che non torna. Il teorema dell’accordo siglato da Letta e Calenda disegna una strada stretta verso le elezioni. Per i dem è una road to hell. Una fonte spiega cosa non torna nel patto – o pacco? – Letta-Calenda. Nel testo si legge che i seggi sono divisi 70 a 30, fascia per fascia. A Calenda va cioè il 30 per cento dei collegi sicuri. I leader, poi, non si candidano nell’uninominale, ma devono essere inseriti tra i posti sicuri del proporzionale. E a chi non arriva al 3 per cento, sarà garantito il diritto di tribuna. Conti alla mano, per il Pd è un salasso.

In primo luogo perché il 30 per cento dei collegi è troppo. Basta un semplice calcolo per capirlo. Se alle elezioni il Pd prenderà il 23-24 per cento e Azione-Più Europa il 6-7, Calenda vale più o meno il 20 per cento dei voti dem. E invece nell’accordo riceve il 10 per cento in più di quello che pesa. Senza contare che il patto fa precedente. Tradotto: perchè Bonelli e Fratoianni non dovrebbero pretendere lo stesso trattamento? “Fratoianni non lo puoi perdere. Perchè magari non porta voti, ma con la Sinistra dentro puoi ben dire di essere Progressista. Senza, sembri una cosa di centro. Fratoianni lo sa e alza il prezzo. E bisogna ricompensare anche questo. E poi Bonelli“. I numeri, come al solito parlano chiaro: senza Sinistra Italiana-Verdi si perdono 14 collegi, uno in meno di quelli dati a Calenda. Quindi il Pd, deve dare pure a loro, almeno il 15 per cento dei collegi, visto che sono più o meno la metà di Azione-Più Europa. E lo stesso trattamento chiedono Di Maio e Tabacci con la loro lista ‘arancione’.

L’affollamento vale anche per la quota proporzionale. Qui il Pd dovrebbe eleggere 60 deputati e 30 senatori. In base al patto una fetta va lasciata ai leader di tutti i partiti, visto che non possono correre nell’uninominale. Poi ci sono i candidati esterni ma presenti nella lista del Pd, Italia democratica e Progressista: Demos, Articolo 1, i Socialisti. Infine quelli che nel partito chiamano pittorescamente le ‘veltronate’: personalita’ di area senza le quali non prendi voti. A tirare le somme resta ben poco, anche per i big Pd.  

Sono in particolare gli uomini del partito a essere preoccupati. Alle scorse elezioni Renzi abbondò di pluricandidature femminili. Ogni donna veniva piazzata in cinque posti diversi nel proporzionale, così quando scattava l’elezione in un listino, faceva scattare il candidato successivo negli altri quattro. E visto che per legge vale la regola dell’alternanza uomo/donna, il prescelto era un uomo. Ora invece Letta ha vietato le pluricandidature. Tradotto: o la va o la spacca. Sic rebus stantibus, si capisce perchè ci siano code sulla via Emilia. Le percentuali del granaio rosso sono particolarmente ambite, come dimostra il fatto che dal nazionale è arrivata sul tavolo di Stefano Bonaccini la richiesta di sei posti. Fonti interne riferiscono che il governatore non abbia particolarmente gradito l’attenzione. Letta è informato. Problemi anche in Campania, dove prevale la schiettezza. “Giggin nun o vutamm”, hanno fatto sapere ai vertici locali i maggiorenti del voto partenopeo. Un’accorata segnalazione è stata comunicata al Nazareno.

Fin qui gli aridi numeri. Poi c’è la politica. “Calenda promette la pace a Letta e poi apre uno squarcio a sinistra. Così ‘centrizza’ il Pd e ci fa fessi”, è la valutazione che circola con insistenza. In effetti oggi il leader di Azione ha sostanzialmente chiesto a Fratoianni cosa ci faccia ancora nella coalizione e si è detto indisponibile a rinegoziare il patto con Letta. Fratoianni se l’è presa e ha annullato l’incontro con il segretario dem, che ora deve recuperare Sinistra Italiana e Verdi. Poi gli toccherà un chiarimento con Calenda per capire a che gioco giochi. “Enrico è come quelle fidanzate che si mettono con un bullo e dicono: ‘Ma io lo voglio cambiare’. Non lo cambierà. Renzi docet”.