di Gabrielle Carrier

Giovedì a Dallas, in Texas, Viktor Orbán ha ricevuto quella che il New York Times ha definito “un’accoglienza da eroe”. Il primo ministro ungherese ha aperto i lavori della Conservative Political Action Conference che saranno chiusi domenica dall’ex presidente statunitense Donald Trump. In mezzo hanno sfilato e sfileranno tanti suoi fedelissimi. Qualche nome: il guru Steve Bannon; Nigel Farage, primo sostenitore della Brexit; Eduardo Bolsonaro, deputato federale brasiliano e figlio del presidente Jair; JD Vance, prima imprenditore e scrittore, apprezzatissimo soprattutto dal mondo progressista il suo libro Elegia americana, oggi candidato trumpiano per il Senato in Ohio; Sean Hannity, trumpianissimo anchorman di Fox News.  Arrivato a Dallas dopo aver attirato fresche critiche per un discorso in cui ha invitato a opporsi alle società di “razza mista”, Orbán si è fatto vessillifero di un’alt-right internazionale. Immancabile il sostegno al leader di quest’alleanza, Trump, richiamato anche nel modo di vestire, con abito scuro, camicia bianca e cravatta rossa: “Abbiamo bisogno di un’America forte con un leader forte”, ha detto elogiando l’ex presidente. “Dobbiamo riprenderci le istituzioni a Washington e a Bruxelles”, ha spiegato poi rilanciando la battaglia “per la civiltà occidentale” con riferimento ai prossimi appuntamenti elettorali: le midterm di autunno e le presidenziali del 2024, che si terranno pochi mesi prima del voto per il prossimo Parlamento europeo. “Dobbiamo trovare amici e alleati gli uni negli altri. Dobbiamo coordinare il movimento delle nostre truppe, perché affrontiamo la stessa sfida”. Cioè la sinistra, il mondo liberal e il globalismo. Davanti a essi, Orbán si è descritto come un “combattente per la libertà all’antica” e come “l’unico leader politico anti-immigrazione” in Europa, con il suo Paese definito sotto assedio dei liberali progressisti ogni giorno. Ha spiegato che l’Ungheria è “una nazione antica, orgogliosa ma grande come Davide che si erge da sola contro il Golia globalista”. Ha definito, ancora una volta, “il gender, l’immigrazione e lo scontro di civiltà” come i principali campi di battaglia politici in futuro. “Meno drag queen e più Chuck Norris”, ha detto alla folla in visibilio, convinto che “non abbiamo bisogno di più generi, ma di più ranger”. Non ha menzionato né la Cina né la Russia né le attuali difficoltà economiche locali e globali. In compenso, ha sostenuto che solo i negoziati tra Stati Uniti e Russia possono porre fine alla guerra in Ucraina e che la pace ha bisogno di leader forti, che lui identifica in Trump e Vladimir Putin. Nel discorso “noi contro loro” non potevano mancare critiche ai democratici statunitensi e ai presunti media liberali. “Mi odiano e calunniano me e il mio Paese, come odiano voi e calunniano voi”, ha detto Orbán. Il primo ministro ungherese ha citato George Soros, miliardario e filantropo statunitense nato a Budapest in una famiglia ebraica: il suo nome è stato accolto da una bordata di fischi e lui l’ha definito un uomo convinto che “i valori cari a tutti noi abbiano portato agli orrori del XX secolo”. “Gli orrori del nazismo e del comunismo sono avvenuti perché alcuni Stati occidentali dell’Europa continentale hanno abbandonato i loro valori cristiani”, ha ribattuto Orbán. Poi ha puntato il dito contro l’ex presidente Barack Obama, accusandolo di voler costringere l’Ungheria a riscrivere la propria costituzione cancellando i valori cristiani e nazionali, e contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. L’attuale amministrazione statunitense, ha sostenuto, sta mettendo “l’Europa e soprattutto Bruxelles sotto pressione ideologica”. Il riferimento sembra chiaro al contesto della guerra russa contro l’Ucraina e alle ripercussioni su dossier cruciali come quello energetico. Sul palco, le scritte “Save America” e “Fire Pelosi” – un invito a cacciare Nancy Pelosi, figura di spicco del Partito democratico e speaker della Camera, recentemente al centro della cronaca internazionale per la sua visita a Taiwan che ha mandato la Repubblica popolare cinese su tutte le furie e da alcuni indicata come possibile prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Chissà se proprio questo confronto aperto con l’attuale amministrazione statunitense non sia la ragione dietro l’assenza di Giorgia Meloni alla conferenza. Il suo nome, infatti, non figura tra quelli degli speaker dell’evento. Eppure la leader di Fratelli d’Italia, che punta a diventare il prossimo presidente del Consiglio, aveva partecipato sia in persona alla Conservative Political Action Conference tenutasi a fine febbraio a Orlando, in Florida, sia con un videomessaggio alla tappa in Ungheria di metà maggio. All’appuntamento statunitense, tenutosi quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, aveva difeso Kiev, e anche Taiwan. Ma non aveva risparmiato critiche all’amministrazione Biden sostenendo che “nessuno mi toglie dalla testa che senza lo scandaloso ritiro delle truppe da Kabul ieri, non avremmo mai visto il tragico assedio di Kiev oggi”. Non aveva evitato neppure passaggi da battaglia di civiltà: “Vedo l’ideologia woke distruggere le basi della famiglia naturale, attaccare la vita, insultare la religione, cambiare le parole e persino imporre nuovi segni grafici. Solo pochi mesi fa, i burocrati dell’Unione europea hanno scritto un documento di centinaia di pagine, dicendoci che per essere inclusivi, dovevamo escludere ogni riferimento al Natale”. Per l’evento ungherese aveva preferito, invece, un semplice videomessaggio, ufficialmente per via della campagna elettorale per le amministrative, ma forse anche per mantenere un più basso profilo. Nel suo discorso aveva elogiato Orbán, criticato il mainstream e definito “Dio, patria e famiglia”, lo slogan della kermesse, come “qualcosa che mi suona molto famigliare”. Ma gli affondi all’amministrazione Biden sono stati assai limitati. Tanto che le diplomazie dei Paesi alleati dell’Italia in queste settimane sono al lavoro per capire quale sia la versione originale di Giorgia Meloni e della sua politica estera.