di Enrico Pirondini

 

 

Dittature a rischio? Iran e Cina sono sotto tiro. I sintomi fanno  pensare (quasi) ad un crollo imminente. Storicamente  è così. Quando un regime concede talune aperture sotto l’incalzare delle proteste (e non solo) è ragionevole dedurre che qualcosa di importante si stia verificando. Per carità, è un azzardo spericolato sostenere che questi primi segnali siano l’inizio irreversibile di una crisi. Calma. Eppero’ questi scricchiolii di solito sono l’anticamera del collasso. La storia insegna. Sono tanti gli esempi della caduta delle dittature. Lo scià di Persia (oggi Iran) voleva “occidentalizzare” il suo Paese, fece qualche concessione (voto alle donne, riforma agraria e sociale) ma fu travolto dalla Rivoluzione islamica. E l’11 settembre 1979 Sua Maestà Imperiale Reza Pahlavi (1919-1980) tolse, suo malgrado, il disturbo. Stesso epilogo per l’Unione Sovietica nata sulle ceneri dell’Impero russo (1922)  con Lenin, e scioltosi nel dicembre 1991 con Gorbaciov che voleva salvare il comunismo ed invece l’affossò.  Non solo lockdown. C’è dell’altro. Ci sono invocazioni libertarie. Non le si udiva da 33 anni, da piazza Tienanmen, cuore di Pechino (3-4 giugno 1989). Anche allora la rivolta di studenti e contadini chiedevano più democrazia.  Deng Xiaoping, il grande revisionista, mando’ i carri armati e fu un  bagno di sangue. Oggi la protesta è contro le ferree restrizioni a cui sono sottoposti i cinesi nel tentativo delle autorità di controllare il virus. Il Covid è diventato un problema politico  e sta mettendo alla prova il potere di XI Jimping, in sella dal 2013. Di  qui le prime concessioni. Ne seguiranno altre, assicura la Reuters, la quotata agenzia di stampa britannica (16mila dipendenti, sede centrale a Londra). Subito dopo su sono fatti sentire i media di Pechino che hanno annunciato a svolta imminente. La protesta dei cosiddetti “fogli bianchi” alimenta un dissenso diffuso e trasversale. In agitazione già 22 città tra cui Canton. E non è finita qui. Che sta succedendo nel paese degli Ayatollah? Hanno fatto buona guardia per più di 40 anni. Hanno  resistito ai venti della primavera araba che nel 2010-2012 scosse i regimi del mondo arabo e del Nord Africa – dall’Egitto allo Yemen – riparandosi all’ombra di una granitica teocrazia, obbedendo a teologi e iman forgiati nel decennio dalla Guida Suprema Khomeyni (1902-1989) rientrato da lungo esilio parigino (16 anni )per  dare vita alla Repubblica islamica secondo una giurisprudenza fondata sul Corano e la Sharia, regole di vita e di comportamento non più accettate come un tempo. Regole fatte rispettare dalla “Polizia morale”; una polizia religiosa che vigila sui doveri delle donne e va a caccia delle “malvelate”. Polizia tremenda: basta un foulard scivolato dai capelli, uno spolverino aderente e le donne finiscono al Commissariato. Qui è stata uccisa Masha Amini, 22 anni, percossa a morte per un velo messo male. Di qui l’indignazione del mondo, la bufera sul regime, i primi scricchiolii della intransigenza religiosa. Già 300 i morti. Migliaia gli arrestati. Ma la rivolta continua.

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