di Gianpietro Olivetto 

Il più famoso e influente architetto dell'età moderna, l'unico nella storia dal cui nome è derivato uno stile (il palladianesimo) non ebbe casa propria. Ideava stupendi palazzi e ville padronali ma abitò sempre in affitto. D'origine non fu vicentino, ma lo divenne per scelta, dopo alcune fughe giovanili dalla città natale, Padova. Iniziò come semplice lapicida e divenne progettista a forza di lavorare duramente sui materiali e le pietre, di leggere e studiare. Si formò da autodidatta frequentando biblioteche, libri e antichi resti, ma soprattutto cantieri.

Risiedette e lavorò a Vicenza, poi a Venezia. Morì probabilmente a Maser, nel Trevigiano. Era sottopagato e non divenne mai ricco. Sopravvisse alla morte prematura di due suoi figli – uno accusato d'omicidio, l'altro sospettato d'eresia - e del nipote adolescente che l'aveva fatto nonno. Si innamorò di una sola donna, che gli fu compagna fedele di una vita. Venne sepolto nel mistero e la stessa sua immagine è rimasta per secoli un giallo, risolto, forse, soltanto pochi anni fa. Lasciò un'eredità immensa ed eterna al mondo, poco o nulla alla sua numerosa famiglia.

Sono i paradossi e le peculiarità di Andrea Palladio (Andrea di Pietro della Gondola, 1508-1580), la cui avventurosa e affascinante storia privata rimane in gran parte avvolta nella nebbia. Di lui progettista si sa moltissimo. Di lui uomo, marito e padre ben poco. E poco si conosce dei suoi cinque figli. Ancor meno, molto meno, si sa della moglie Allegradonna. 

Il libro ricostruisce la storia, privata e professionale, dell'architetto e della sua famiglia. Le vicende dei Palladio si intrecciano con quelle della Repubblica Serenissima e dell'Italia di metà '500. Il racconto inizia dal matrimonio con Allegradonna per risalire all'infanzia e alla difficile giovinezza di Andrea. Si ricordano poi il periodo della formazione, i primi progetti, i viaggi (fondamentali) a Roma, gli anni del successo, il lavoro nei Domini di Terraferma e l'approdo a Venezia. 

Il contesto in cui opera Palladio è singolare. Nel Cinquecento Vicenza vive il suo "secolo d'oro", grazie allo sviluppo delle arti, all'eccezionale crescita del tessile e di altri settori economici, e soprattutto grazie al commercio internazionale della seta. Ma Vicenza è al tempo stesso una delle città più sanguinarie dello "Stato da Tera": a mezzogiorno del 3 luglio 1548 dieci sicari compiono una strage in pieno centro uccidendo sei persone delle famiglie Valmarana e Monza. 

La città è considerata anche covo di eretici, la più "infetta" della Repubblica. A essere processato per eresia è persino uno dei figli di Palladio, Orazio. Nel 1572 muoiono, poco più che trentenni, sia Orazio che Leonida, il primogenito del progettista, che due anni prima aveva assassinato, durante una festa, il marito di una donna con la quale stava ballando. 

Queste drammatiche vicende personali segnano profondamente Andrea Palladio, che negli anni '70 del '500 si trasferisce con la famiglia a Venezia. In laguna il progettista patisce il terribile periodo della peste e finisce per costruire solo edifici religiosi. 

Il testo ricorda gli ultimi anni dell'architetto e della sua famiglia. Ricostruisce la fine della dinastia dei Palladio. Parla del mistero della sepoltura e del vero volto del maestro veneto e accenna all'eredità universale lasciata dal visionario architetto. Completano il libro la bibliografia e l'elenco dettagliato dei progetti certi e/o attribuiti a Palladio. Delle sue opere, ben 47 sono patrimonio dell'umanità, iscritte nella "World Heritage list".  

"Andrea Palladio, la famiglia, l'opera il suo tempo" di Gianpietro Olivetto, edito da Itinera Progetti di Bassano del Grappa (VI) nella collana "Il Leone Alato" - novembre 2022 (192 pagine, con foto, disegni e immagini d'epoca)

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome